Castelvetrano: tre milioni di debito. Politica, mafia e appalti

21 ottobre 2012 di Egidio Morici

 

Di Egidio Morici – Tre milioni e 200.000 euro. E’ questa la cifra che il Comune deve alla Saiseb: 400.000 euro subito e il resto in “comode rate” da 200.000 euro al mese.
Ma come si è potuto arrivare a tanto?
Tutto ha inizio alla fine degli anni Ottanta, quando Selinunte non ha ancora le fognature e l’allora sindaco Vito Li Causi ne affida la realizzazione alla Saiseb, per 8 miliardi delle vecchie lire. Ma il termine dei lavori  slitta di qualche anno e il Comune paga all’impresa romana altri 2 miliardi.
Nel 1997 però la Saiseb chiede altri tre miliardi e cinquecentomilioni, per il ritardo con cui era stato pagato il credito, compresi interessi e spese legali.
E’ da quel momento che cominciano i balletti tra richieste e opposizioni.
Nel maggio del 2005 arriva la decisione del lodo arbitrale: il Comune deve pagare.
Ma fa ricorso. E lo perde. Perché nel settembre 2011 la Cortedi Appello di Roma lo respinge.
A questo punto si ripresenta il bivio: pagare o ricorrere ulteriormente in Cassazione?
Nessun dubbio: si ricorre. In una delibera di Giunta del 2011 (firmata 5 giorni prima di Natale), viene infatti “ritenuto opportuno di proporre ricorso per Cassazione, per difendere le ragioni del comune di Castelvetrano”. Ragioni che in due gradi di giudizio evidentemente non erano emerse a sufficienza.
La causa viene affidata all’avvocato Salvatore Giacalone, grazie anche “alla sua conoscenza dell’oggetto del contendere”. Lui accetta l’incarico guadagnandosi una parcella di 19 mila e 236 euro, onorario calcolato in base ai minimi della tariffa professionale vigente.
Ma le ragioni del comune non emergono nemmeno stavolta. La causa viene persa di nuovo e il debito si attesta a 3 milioni e 200 mila euro.
Una cifra molto diversa da quella  chiesta nel 1997, perché 3 miliardi e 500 milioni di lire corrispondono a circa 1 milione e 750 mila euro. C’è un milione e mezzo di differenza.
Una differenza dovuta al fatto che tutte le amministrazioni comunali che si sono avvicendate dal 97 ad oggi, hanno ritenuto opportuno non pagare mai e, una volta con le spalle al muro, hanno pensato fosse meglio impugnare le sentenze facendo ricorso.
Ma si può fare ricorso solo fino alla Cassazione. Poi finiscono le cartucce e arriva il momento di guardare in faccia la realtà.
L’amara consapevolezza è toccata al neosindaco Felice Errante, ex componente di quella stessa Giunta che in passato aveva deciso di resistere fino alla fine.
Lui dice che non ci dorme la notte, tra aiuti negati dalla Cassa Depositi e Prestiti e vendite di immobili comunali, con il Partito democratico che preme per non aumentare l’IMU e per ridurre i costi della politica e le spese non obbligatorie.
Nello stesso tempo però respinge al mittente qualsiasi ipotesi di crac finanziario del Comune, precisando che “la situazione è preoccupante ma non è drammatica, poichè non ci sono debiti fuori controllo, ma una forte carenza di liquidità, dovuta ai minori trasferimenti regionali”.
Insomma un bilancio solido e una Amministrazione che “sta operando per evitare aumenti ulteriori d’imposte”.
 Intanto, i soliti analisti della domenica continuano a parlare di giustizia lenta e di responsabilità da attribuire unicamente a Vito Li Causi, secondo la linea comoda del liberi tutti.
Anche se la vicenda non è affatto sconosciuta ai sindaci che hanno governato dal 1997 ad oggi. Ovvero Beppe Bongiorno e Gianni Pompeo, escludendo la parentesi di circa nove mesi del commissario Carlo Turriciano nel 2001. Così come non è affatto sconosciuta a coloro che hanno amministrato la città dal 1989 al 1997: Vito Li Causi, Tommaso Pollina, Francesco Taormina, Amindore Ambrosetti, Onofrio Zaccone, Enzo Leone e Diego D’Amico.
 Difficile dire chi pagherà per tutto questo. Anche se la magistratura contabile, in una vicenda simile, condannò sei assessori di Castelvetrano della giunta del 1987 per aver causato un ritardo di circa tre anni nei pagamenti a un’impresa di costruzioni (Soces Srl) per l’ultimazione di una scuola materna.
In quel caso però si era trattato di un danno al confronto quasi trascurabile: meno di cinquemila euro. La Corte dei Conti condannò al risarcimento Tommaso Pollina, Francesco Clemente, Vito Li Causi, Benito Caradonna, Filippo Messina e Giuseppe Di Bella.
Qui le somme sono molto diverse e c’è da aspettarsi l’apertura di un’ulteriore inchiesta relativa alle responsabilità che però, al momento, non possono che essere spalmate su tutti i cittadini.
Ma c’è un nome che lega i lavori per le reti fognarie di Marinella di Selinunte agli appalti per la superstrada Palermo – Sciacca, alle fognature di Petrosino e alla galleria paramassi di Sclafani Bagni: quello di Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici della mafia.
Opere appaltate direttamente da lui e non dalla Provincia di Palermo, in accordo tra esponenti della pubblica amministrazione e di cosa nostra.
Lui apriva le buste. Lui decideva chi doveva vincere oggi. Lui decideva chi avrebbe vinto domani.
Era il “metodo Siino”, quello che lasciava tutti contenti, con impiegati e politici che intascavano le tangenti. Una sorta di corruzione a pioggia, senza troppe domande: a chi un milione (di lire), a chi una Fiat Croma di seconda mano.
Tutto emerge dopo il suo arresto e la decisione di diventare collaboratore di giustizia. Da lì a poco cominciano a scattare gli arresti: imprenditori e mafiosi. Ma anche funzionari pubblici, come Nino Bellanca e  Francesco Bagliesi, rispettivamente ex dirigente della ragioneria generale ed ex responsabile dell’ufficio protocollo della Provincia di Palermo.
Vengono arrestati anche l’ingegnere Attilio Bandiera, progettista dei lavori della rete fognaria di Selinunte e Gaspare Rizzo, funzionario del comune di Castelvetrano. Secondo l’accusa, tra il ‘91 e il ’92, Bandiera avrebbe intascato assieme ad altri funzionari del Comune, una tangente di 113 milioni di lire per pilotare la gara d’appalto. Mentre Gaspare Rizzo avrebbe provveduto, in cambio di tre milioni a velocizzare l’emissione dei mandati di pagamento.
Era il periodo in cui all’amministrazione della città c’era il commissario Amindore Ambrosetti che, per essersi opposto a questa logica spartitoria, fu picchiato a sangue. Ad occuparsi del pestaggio fu Pino Capo, un malavitoso di Gibellina, che però a sua volta chiese troppi soldi per il suo “lavoro”.

Angelo Siino racconta che Matteo Messina Denaro lo uccise con due colpi di pistola alla testa.

SI PRECISA CHE Enzo Leone, Tommaso Pollina, Francesco Taormina, Amindore Ambrosetti e Onofrio Zaccone hanno amministrato la città di Castelvetrano in periodi precedenti alla stipula  del contratto tra il Comune e la Saiseb, di cui si parla nell’articolo.

FacebookTwitterGoogle+Condividi

Commenti

Copyright © 2014 Castelvetrano 500 firme. All rights reserved.
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L’autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo sito sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.