[VIDEO] Castelvetrano. Fallimento Gruppo 6, ecco cosa dice la sentenza

15 giugno 2014 di Egidio Morici


 

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Di Egidio Morici – Vizi di forma?
Dalla sentenza emerge un concordato preventivo che è un pasticcio improponibile, respinto dal Tribunale perché difforme rispetto alla legge e ai principi di diritto.

Sarebbe stato molto grave, in  effetti, che i giudici avessero bocciato l’accordo soltanto per “dei vizi di forma o per aver ritenuto carente la solvibilità della subentrante Esse Emme srl”, come invece è stato scritto sui giornali.

I motivi sono più d’uno.

Quello principale è che sul tavolo sono stati messi i beni confiscati. Beni che invece, proprio perché confiscati, sono ormai di proprietà dell’Erario e non più della Gruppo 6.

Poi ci sono i debiti di affitto dei locali per i punti vendita: 8 milioni e ottocentomila euro. Nel concordato se ne restituiscono meno di 4 milioni, secondo una logica strampalata in cui si ripianano soltanto i debiti dell’ultimo biennio. Se poi consideriamo che l’efficacia del contratto con l’azienda Esse Emme è legata al rinnovo di tutti i contratti d’affitto, compresi quelli oggetto di sfratto, la frittata comincia a prendere forma.

 

Certo, la Esse Emme è ancora interessata all’accordo, alle stesse condizioni del concordato.

Tra queste ce n’è una davvero curiosa: la rinuncia della Gruppo 6 ad ogni obbligazione sindacale.

Vuol dire che i creditori non avrebbero potuto pretendere nemmeno un centesimo dalla nuova azienda. Tutto in deroga all’articolo 2112 del Codice Civile.

Sono cose che capitano quando non ci sono più soldi. E i soldi non sono finiti certo adesso, visto che la Gruppo 6, come dice la sentenza, ha operato in condizioni di squilibrio fin dal 2009.

La situazione di insolvenza è poi diventata palese nel 2012, con una passività di 45 milioni di euro e un attivo di 32 milioni.

Nel 2013 l’attivo è sceso a 14 milioni, fino ad arrivare a poco più di 12 milioni e mezzo nel marzo del 2014, con un passivo di ben 47 milioni.

Insomma è come se, ormai senza più un centesimo, non sia rimasto altro che vendere la fontana di Trevi, come in quel film di Totò.

Altro che vizi di forma!

 

Dalla sentenza emerge un’azienda incapace di “assolvere i propri debiti”, che ha chiuso i “punti vendita a causa dell’elevato indebitamento verso i locatari” con l’avvio di “procedimento di sfratto per morosità, oltre alla messa in mobilità del personale dipendente”.

Ma un’azienda ridotta così, avrebbe mai potuto fare una proposta di concordato seria?

È chiaro che bisognava intervenire prima. E avrebbero potuto farlo coloro che, istituzionalmente presenti nel territorio, hanno invece preferito far finta di niente per troppo tempo.

Il primo campanello d’allarme, anche se è triste dirlo, sono state le iscrizioni ai sindacati da parte dei dipendenti.

Se al posto di scambiarle per acquisite volontà di far valere i propri diritti, grazie al fatto di essere stati liberati dall’oppressione dell’ex re dei supermercati Grigoli, qualcuno avesse detto chiaramente che le iscrizioni ai sindacati rappresentavano per i dipendenti in realtà l’ultima spiaggia per evitare ulteriori ingiustizie da parte degli amministratori giudiziari, forse non saremmo arrivati a questo punto.

Certamente, da parte dei lavoratori non ci si potevano aspettare battaglie contro i mulini a vento. Probabilmente l’abbarbicarsi ognuno ai propri ruoli istituzionali, guardandosi dall’andare un po’ più in là del proprio naso, non ha permesso di reagire ad una gestione scriteriata da parte degli amministratori giudiziari che ha avuto origini lontane. E che oggi si è conclusa col fallimento.

Il messaggio che non si voleva far passare, è passato: la mafia dà lavoro, lo Stato lo toglie.

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