Campobello di Mazara, i migranti e l’oleificio confiscato alla mafia

8 ottobre 2014 di Egidio Morici

 

olive belice

 

Di Egidio Morici – “Ciao Ousman”. È così che si chiama il campo attrezzato a Campobello di Mazara per le tende degli operai migranti, impegnati nella raccolta delle olive.

Il campo prende il nome del ragazzo senegalese di 26 anni morto l’anno scorso per le gravi ustioni riportate in seguito all’esplosione di un fornelletto nel ghetto alla periferia della cittadina.

Quest’anno, i migranti avranno  la possibilità di posizionare le loro tende in uno spazio aperto, presso l’oleificio “Fontane d’oro” confiscato alla mafia.

Una sinergia tra Libertarea (i ragazzi che l’anno scorso si occuparono per primi del problema), Libera, Libero Futuro, la Croce Rossa, l’amministrazione comunale di Campobello e la Prefettura, che ha reso possibile l’allestimento di uno spazio con bagni, docce, un punto cottura per i cibi ed una postazione fissa della Croce Rossa Italiana.

 

Non è un centro di accoglienza e gli spazi interni dell’oleificio saranno utilizzati soltanto dai volontari delle associazioni e dalla Croce Rossa stessa.

Lo scopo non è l’identificazione dei migranti, ma soltanto evitare un accampamento selvaggio come quello dell’anno scorso, che ha appunto portato alla tragica morte di Ousman.

Tra l’altro, l’area di quell’accampamento è stata finalmente bonificata dall’eternit (rimangono però ancora altri tipi di rifiuti), e si cerca con fatica di “dirottare” chi arriva alla nuova destinazione, facendo i conti con la diffidenza e la paura di coloro che vedono in ogni cambiamento un possibile ostacolo alla possibilità di lavorare.

 

L’utilizzo dell’ex oleificio “Fontane d’oro” è una scelta di buon senso e di umanità, soprattutto se si pensa che anche dopo il sequestro del bene e l’arresto di Francesco Luppino (considerato dagli inquirenti il capomafia di Campobello e il vero proprietario al di là della formale intestazione ai fratelli Indelicato), i proventi della “Fontane d’oro” finivano comunque nelle tasche della mafia, nonostante l’amministrazione giudiziaria, attraverso il giochetto della cessione dei rami d’azienda.

Ma una volta affrontata alla meno peggio l’emergenza legata alle condizioni dei migranti, rimangono ancora oscure le dinamiche alla base degli itinerari di un grande gruppo multietnico che si sposta da un luogo all’altro lungo tutta la penisola. Dinamiche che certamente non possono prescindere dalla collaborazione di persone di riferimento locali.

Così come è difficile negare che l’anima principale del sistema stia nella convenienza della manodopera.

Una volta spento il clamore dei fatti di Rosarno, pare che tutto sia tornato ad una indifferente “normalità”, fatta di sfruttamento itinerante da un lato e di gretta intolleranza sulle temporanee accoglienze dall’altro.

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