Quei morti per un’Europa che non c’è

21 aprile 2015 di Egidio Morici

 

Foto di Francesco Malavolta

 

Di Anna Zinnanti – Morti. 700, 800, forse di più. Uomini, donne, bambini che scappavano da un orrore conosciuto per finire dentro un incubo senza nome. Le loro speranze strappate via dall’acqua salata nei polmoni.

Difficile raggiungere quest’Europa che non esiste e che non ha ancora deciso se queste persone vuole riceverle vive o morte.

Difficile approdare in quest’Italia dalle eterne emergenze, fatta di ruberie e di speculazioni, di pregiudizi e disinformazione. Un’Italia in cui i fondi europei per l’accoglienza vanno a finire nelle tasche dei gestori dei centri. Dove gli hotel con l’aria condizionata, ma che improvvisamente non hanno più neanche l’acqua calda nei rubinetti, decidono di trasformarsi in centri di accoglienza straordinaria per salvarsi dal fallimento, a causa di una politica regionale che non incentiva seriamente il turismo. In queste strutture, spesso lontane dai centri abitati, la lentezza delle commissioni per il riconoscimento delle protezioni umanitarie blocca i migranti per 18 mesi, prima di poter fare l’audizione.

 

Un tempo infinito che produce artigianali proteste come unico mezzo per sperare di velocizzare l’iter.

Puntualmente allora in tanti, parlando alla pancia del Paese (e talvolta ad altre parti del corpo ancora meno nobili), fanno l’equazione migrante/criminale, o aberranti considerazioni di economia della serie “non ce n’è per noi, figuriamoci per loro”.

In pochi riflettono che forse, se l’Africa si liberasse di quelle multinazionali che ne sfruttano le risorse e mantengono le dittature, le popolazioni non avrebbero alcun motivo di spostarsi.

Per chi non sprofonda negli abissi o, come quel bambino di 12 anni, finisce senza vita con la faccia in mezzo alla nafta, il futuro è un’incognita e il presente fatto di odio e incomprensione.

I problemi che nascono e che si riversano sulle nostre strade sono anch’essi il prodotto di una politica dell’accoglienza distratta, pensata male e in fretta, al servizio di coloro che vogliono approfittarne. Sono dinamiche che i migranti subiscono, senza la possibilità di potergli dare un nome, avallate da politiche fragili che non fanno il bene di nessuno.

 

E allora questi morti stanno sulla coscienza di tutti quegli stati che, attraverso i propri ottusi burocrati, hanno deciso che una parte di mondo può muoversi in sicurezza ed un’altra no. Stanno sulla coscienza di tutti coloro che, attraverso il proprio voto, incoraggiano politiche di sbarramento e mandano avanti scelte economico-finanziarie che determinano la povertà di molti e la ricchezza di pochi. Stanno sulla coscienza di tutti coloro che hanno uno sguardo così corto da non vedere che il proprio benessere passa attraverso la condizione misera di altri, inseguendo un profitto cieco. Ma stare dall’altra parte, anche semplicemente immaginarlo, fa paura.

 

Personalmente, sono stupita dall’enorme sicurezza con cui coloro che non hanno mai messo piede in un centro di accoglienza, non conoscono l’Africa, non hanno mai scambiato due parole con un migrante, siano sicuri di possedere la giusta chiave di lettura per gli episodi che si sono verificati in questi giorni. La superficialità con cui ci si “avvicina” a mondi sconosciuti, pretendendo di comprenderli e tradurli basandosi sul pregiudizio e su facili generalizzazioni, mi atterrisce.

 

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