Castelvetrano. L’antimafia latitante

23 maggio 2015 di Egidio Morici

 

Falcone

 

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.”

 

Lo diceva Giovanni Falcone 25 anni fa. Oggi, in tanti continuano a non capire. Ma se lo si vuole ricordare, non si può non riconoscere che queste sue parole sono purtroppo ancora di estrema attualità.  E allora perché nascondersi dietro le antimafie da parata? Quelle finte, della serie “il mafioso è dentro di noi quando buttiamo la cartaccia a terra”? Quelle equivoche, del rispetto della legge senza andare oltre e senza prendere parte, della serie “lasciamo che la magistratura…”? Quelle che la mafia ormai non ci appartiene più e chi ne parla non fa che screditare il territorio?

 

E allora a Castelvetrano l’antimafia scompare. Latitante, come Matteo Messina Denaro. E non importa degli arresti di innumerevoli fiancheggiatori del boss, delle connivenze, delle frequentazioni. Il passaggio è stato faticoso, ma alla fine l’antimafia è stata sostituita dalla legalità della cartaccia a terra. Quella legalità che piace a tanti, perché non bisogna decidere da che parte stare. Lo sanno tutti: la cartaccia si butta nel cestino. Come l’antimafia.

 

E se l’antimafia di Stato è colpevole di aver portato al fallimento un’azienda confiscata come la Gruppo 6, ecco che allora va buttata via tutta. Inconcludente e parolaia.

Già, parolaia. Perché tutti concordano che le parole non servono a nulla e ci vogliono i fatti. Anche se ancora c’è molta confusione tra l’antimafia giudiziaria delle prove e delle condanne definitive, e l’antimafia sociale che dovrebbe invece valutare l’opportunità dei comportamenti. E questo non soltanto ai piani alti della politica e dell’imprenditoria nazionale, ma soprattutto in città, dove il consenso alla mafia e alla figura “carismatica” di Matteo Messina Denaro è ancora forte, così come scrivono anche i magistrati nelle loro relazioni.

 

Invece pare che bisognerebbe convincersi che Matteo Messina Denaro abbia in mano una grossa fetta dell’economia della Sicilia (e non solo), ma che non influenzi minimamente Castelvetrano.

E la gente non sa più cosa pensare, quali modelli avere, soprattutto quando dallo Stato le risposte non arrivano. Si dirà che lo Stato siamo noi. È vero, non fa una piega. Siamo noi che votiamo gli amministratori dal livello locale a quello nazionale.

Ma in questa Sicilia c’è una massa troppo grande che non sa. E che ha fame. A cui spesso la politica lancia le molliche promettendo le pagnotte. Una massa che ha difficoltà a leggere e repulsione a scrivere. Che si è arresa ai pacchi di pasta e ai buoni benzina e che pretende il favore personale.

Sono gli ultimi strati di quella società intimidita e ricattata di cui parlava Falcone. 25 anni fa.

 

Egidio Morici

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