Antimafia e burocrazia. Il cognato di Messina Denaro vuole ricorrere al Tar

23 giugno 2015 di Egidio Morici

 

Mercatone

 

Il cognato di Matteo Messina Denaro, titolare del Mercatone, è pronto a fare ricorso al TAR contro il provvedimento di revoca della sua licenza, dopo la richiesta al comune di Castelvetrano (ancora inascoltata) di ritirarlo in autotutela.

Secondo Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, il periodo previsto di 5 anni dalla completa espiazione della pena era già trascorso al momento della richiesta della licenza di commercio. E pare che la revoca, fondata sulla mancanza dei requisiti morali, sia collegata al fatto che manchi la sentenza di riabilitazione, per la quale si sarebbe dovuto fare specifica richiesta.

Chiaramente, saranno gli organi competenti a decidere, legalmente, chi ha ragione e chi ha torto.

Nel caso avesse sbagliato il Comune, Gaspare Como potrebbe anche ottenere un lauto risarcimento, che indirettamente pagherebbero tutti i cittadini.

 

Ma negli uffici di via Della Rosa le bocche sono cucite. Nessuno sa nulla dalla sede distaccata del Comune di Castelvetrano, sorta in un terreno confiscato alla mafia. All’epoca della costruzione dell’edifico, si era occupato del movimento terra un cugino di Matteo Messina Denaro. Ma con tutte le carte in regola. Così come il cemento, fornito da un imprenditore poi arrestato come fiancheggiatore del boss. Anche lui con tutte le carte in regola, dato che l’arresto è avvenuto dopo i lavori.

Oggi, negli uffici dei dirigenti, ci sono le foto di Falcone e Borsellino alle pareti.

Ma nessuno parla. Il responsabile dell’ufficio licenze ci manda dal capo dell’ufficio tecnico, l’ingegnere Impellizzeri, che però ci dice che non si è occupato in modo diretto del procedimento e che in ogni caso non può fornire alcuna informazione.

Nemmeno di carattere generale? Possiamo parlare di revoca delle licenze, senza entrare nel caso specifico? No, assolutamente. Ci suggeriscono di fare richiesta di accesso agli atti. Insomma, muro di gomma.
 
Gaspare Como era stato arrestato nel 1998, nell’operazione “Terra bruciata”. Un’operazione che, ottimisticamente, lasciava intendere il progressivo isolamento di Matteo Messina Denaro, al momento latitante da “appena” 5 anni. Da allora, di terra se n’è bruciata tantissima, ma il superboss è ancora libero. La mafia è cambiata, puntando molto sulla sommersione, diventando impresa e dialogando alla pari con la politica (al sud è difficile che le imprese siano a tenuta stagna rispetto alla politica), in una “cosa grigia” che tende a scrollarsi di dosso le stragi e i morti di mafia, ormai relegati ad un passato buono solo per le commemorazioni, creando insofferenza nei confronti di uno Stato che comunque ha la colpa di non rappresentare l’alternativa, riuscendo a far fallire il 90% delle aziende che confisca.

E l’antimafia, quella sociale che dovrebbe prescindere dalle rilevanze penali e riflettere sull’opportunità dei comportamenti, a volte sembra essere più latitante di Matteo Messina Denaro.

Il caso del Mercatone sembra infatti essere ormai una questione di avvocati, articoli di legge e commi, che poco ha a che vedere con la consapevolezza della gente. La maggioranza rimane prudentemente a guardare.

Egidio Morici per Tp24.it

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