“Chi protegge Messina Denaro”. La ‘lezione’ della Principato sul sistema degli appalti

9 novembre 2015 di Egidio Morici

Principato

 

Chi protegge Messina Denaro? Tutti. A vario livello e a vario titolo. Il latitante numero uno di cosa nostra, più di Riina e Provenzano, avrebbe una capacità molto elevata di infiltrazione nelle istituzioni.
Ma, in generale, “l’infiltrazione” mafiosa presupporrebbe l’esistenza di una superficie abbastanza impermeabile, nella quale magari si è aperta qualche crepa.
Qui invece è al contrario: al massimo si può sperare nell’infiltrazione di segmenti di legalità in un’ampia superficie permeata dall’illegalità più sistematica.
E’ un concetto prepotentemente emerso nella conferenza di Salemi di qualche giorno fa, con Teresa Principato.
Il procuratore aggiunto di Palermo, con la lucidità flemmatica che la contraddistingue, ha infatti descritto un sistema che richiama “il gioco grande”, cioè il “gioco del potere” di cui parlava Falcone. Il giudice ucciso nel 92 non considerava affatto la mafia come “un cancro proliferato per caso su un tessuto sano”. Già alla fine degli anni ’80, della mafia diceva che “vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società”.
Dopo 35 anni le cose non sono cambiate. E Teresa Principato descrive, in una sala gremita del castello di Salemi, come in realtà “la questione criminale e quella democratica siano state e continuino ad essere in Italia strettamente connesse”.

 

C’è il sindaco di Salemi, Domenico Venuti. E in prima fila ci sono il sindaco di Castelvetrano Felice Errante, il sindaco di Partanna Nicola Catania e quello di Gibellina Salvatore Sutera.
E’ il primo pubblico di un’interessante lezione che la Principato fa su tanti temi. Per esempio: gli appalti.
Di seguito riportiamo l’intervento integrale su come la mafia “che fa lavorare” e “che ti fa guadagnare” interviene nel settore degli appalti.

“Ecco, per avere una misura del fenomeno basta pensare al numero di persone che vengono coinvolte nell’illecita manipolazione della singola gara di appalto pubblica.
Intanto esiste un accordo illecito preventivo in base al quale il singolo appalto è predestinato ad una determinata impresa. Quest’accordo coinvolge uno o più politici e pubblici amministratori e il titolare dell’impresa predestinata. A loro volta, i titolari dell’impresa predestinata per aggiudicarsi l’appalto devono raggiungere un accordo illecito con i titolari delle altre imprese, talora anche venti o trenta, chiamati a partecipare alle gare. Nella fisiologica patologia del sistema, i titolari di queste imprese aderiscono all’accordo fornendo offerte di appoggio che consentono naturalmente il pilotaggio della gara. Sono meccanismi che conosciamo tutti. Questi imprenditori prendono il cosiddetto pass, perché nel sistema spartitorio generale degli affari hanno a loro volta acquisito in tal modo il titolo per chiedere il ricambio del favore in altri appalti di loro interesse.
E se qualcuno non aderisce all’accordo generale, entra in un campo di rapporti in cui pubblici amministratori che per esempio tolgono dalla documentazione presentata dall’imprenditore renitente un documento essenziale, escludendolo così dalla gara. Oppure, amici degli amici che contattano l’imprenditore renitente e gli fanno le classiche proposte che non si possono rifiutare.
La cosa non finisce qui, perché l’imprenditore aggiudicatario deve giustificare l’esborso della cifra dovuta per il pagamento della tangente ai politici. E quindi è necessario coinvolgere altri imprenditori, fornitori di materie prime e di servizi, i quali rilasciano fatture false per operazioni inesistenti, creando così la giustificazione contabile dell’esborso della somma della tangente.
E non finisce qui. Perché l’imprenditore aggiudicatario, per recuperare l’importo della tangente versata, e quindi il proprio margine di profitto, utilizza materiale scadente diverso da quello previsto nel capitolato d’appalto, per esempio tubi di diametro inferiore o asfalto di consistenza minore. Abbiamo visto l’effetto di tutto questo nelle strade siciliane.
Quindi ogni gara d’appalto pilotata coinvolge nell’illecito dalle dieci alle cinquanta persone in media. Se moltiplichiamo queste persone per mille, diecimila, centomila gare d’appalto, ci troviamo di fronte ad una folla, ad un popolo. Ampi settori della società civile, di colletti bianchi. Persone scolarizzate ed acculturate, politici amministratori, impiegati, liberi professionisti, imprenditori. Cento, mille reati costituiscono un problema giudiziario, ma duecentomila reati diventano un problema politico.
Potremmo dire quindi che, a parte il problema dell’educazione, dell’alfabetizzazione alla legalità, esiste il problema dell’analfabetismo intorno attivato dalla stessa società civile e dalla società politica. Il corpo sociale e l’apparato politico lanciano segnali contraddittori. Perchè per un verso (la politica,ndr) predica legalità e per altro verso tollera l’illegalità. E trova il modo di conviverci. Rientra, io credo, nell’esperienza di tutti noi, e la psicologia dell’infanzia lo ha sempre evidenziato, come siano dirompenti gli effetti che nella strutturazione dell’identità del bambino hanno i messaggi educativi negli stimoli contraddittori. Effetti che creano personalità insicure, fragili, ambivalenti. Possiamo sicuramente dire che anche negli adulti la sottoposizione continua a stimoli di messaggi contraddittori può aprire spazi di crisi di identità. Alimentare fragilità che portano poi a meccanismi di omologazione comportamentale. Per esempio nel campo dell’imprenditoria. Per quanto tempo riuscirà a resistere un imprenditore che rifiuta di aderire al meccanismo spartitorio degli appalti pubblici e per questo motivo viene sistematicamente penalizzato al punto di trovarsi nell’alternativa di dovere ripudiare la sua cultura della legalità, di adeguarsi o di rischiare di dover chiudere l’impresa ed emigrare?”

 

Alla luce di tutto questo, appare chiaro come il problema di Matteo Messina Denaro, almeno in termini di legalità amministrativa, non sia l’unico. Come ha sottolineato la Principato, la mafia non finirebbe affatto con l’arresto del superboss. Non sarebbe certo questo grande evento mediatico a rendere trasparenti gli appalti del trapanese. Come, d’altra parte, gli arresti di Riina e Provenzano non hanno poi comportato quei cambiamenti sostanziali che molti si aspettavano.
La conferenza del 19 ottobre, dal titolo “Chi protegge Messina Denaro?” non ha prodotto nomi e cognomi (e non poteva essere diversamente, visto che la Principato se ne sta occupando in indagini in corso). Ha invece sbattuto in faccia ad amministratori e politici quanto sia consolidata l’impostazione mafiosa di molte realtà, a discapito dei cortei e delle feste per la legalità.
A discapito anche dell’allergia all’etichetta, che da anni affligge una parte della città di Castelvetrano, stanca di essere associata al latitante e desiderosa di essere conosciuta per le olive, il pane nero ed il parco archeologico. Una città che però è quasi ogni anno toccata da decine di arresti di fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro.

 

La speranza è che la Principato abbia ragione, quando dice che “è iniziata una lunga stagione della resistenza” e che il compito di ognuno di noi “per un processo di ristabilizzazione delle regole, sia quello di ristabilire un argine. Divenire punti di resistenza personale per far crescere ancora quel poco di cultura della legalità che abbiamo conquistato”.

 
Egidio Morici per Tp24.it

 

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