Pizzo e mafia. Castelvetrano-Bagheria solo andata

12 novembre 2015 di Egidio Morici

 

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Mentre da Bagheria arriva una storia di commercianti che denunciano, al tribunale di Marsala si svolge un’udienza in cui si racconta di un imprenditore che nega l’estorsione per paura.

Si tratta della vicenda di Giovanni Ligambi, oggetto della testimonianza di Michele Cimarosa, 26 anni, figlio del “dichiarante” Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito del boss latitante Matteo Messina Denaro: “Nel 2013, venne a trovarmi un nipote di Giovanni Ligambi – dice Michele Cimarosa – Piangeva. Diceva che i fratelli Cacioppo (poi arrestati nell’operazione Eden 2, ndr) non facevano più uscire di casa lo zio. Io conoscevo i Cacioppo e accompagnai mio padre a un incontro nel garage di Li Gambi, con i Cacioppo arrivò anche Vito Tummarello. Io non ho assistito al colloquio. Sono rimasto fuori. Ma so che mio padre mise una buona parola. L’incontro durò una decina di minuti. Poi, tempo dopo Ligambi, interrogato dai carabinieri, negò tutto per paura. I Cacioppo erano ancora liberi. Mio padre non mi disse perché i Cacioppo pretendevano questo denaro”.

Si potrebbe pensare che a Castelvetarno sia ancora presto per una rivolta contro il pizzo e che imprenditori e commercianti, nella terra di Matteo Messina Denaro, siano troppo paralizzati dalla paura per avere il coraggio di ribellarsi.

Si potrebbe pensare che a fronte delle 37 persone che a Bagheria hanno ammesso di aver pagato anni di pizzo ai boss, dopo le dichiarazioni del pentito Sergio Flamia, a Castelvetrano invece sia come se le estorsioni fossero coperte da una spessa coltre di omertà che impedisce di vederne la reale portata.

 

Invece no.

Perché nella città del super boss il racket del pizzo non esiste davvero.

E se in territori come quello di Bagheria, le estorsioni sono sempre state da decenni una tassa ineludibile, la città di Matteo Messina Denaro è invece esentata. Un’esenzione voluta dallo stesso latitante, che ha partecipato a fondare negli anni quel consenso sociale di cui spesso si è parlato nelle ultime relazioni della Direzione Investigativa Antimafia.

E’ anche così che la primula rossa ha mantenuto la sua leadership, oltre alla fedeltà degli affiliati che vivono per garantire la sua latitanza da 22 anni.

E poi, non sarebbero certo le entrate del pizzo ai commercianti, a garantire gli interessi mafiosi che gravitano attorno alla grande distribuzione, all’agricoltura, alle energie alternative e soprattutto ai trasferimenti economici che arrivano dalla comunità europea.

A Castelvetrano non ci sono storie di negozianti o imprenditori messi in ginocchio dalle estorsioni. Non ci sono storie di persone che, funestate dal pizzo e sull’orlo del fallimento, hanno deciso di denunciare.

 

La storia dell’imprenditrice Elena Ferraro, che ha detto no alle richieste estorsive di Mario Messina Denaro (cugino del latitante, arrestato nell’operazione Eden) non viene fuori da anni di ricatti e costrizioni. Elena Ferraro non aveva mai pagato. Quello del Mario Messina Denaro, più che pizzo, è sembrato una sorta di tentativo di entrare prepotentemente (avvalendosi del proprio cognome) “in affari” col centro diagnostico, attraverso fatture gonfiate.

Molto diversa è la storia dell’imprenditore Ligambi.

Ma certamente, con i dovuti distinguo, anche questa non è una storia di racket del pizzo.

Il motivo della pretesa è infatti un altro.

Secondo le risultanze investigative, infatti, nel giugno del 2013 l’imprenditore aveva concordato con i Cacioppo di rilevare una pizzeria a loro riconducibile, dando in cambio una casa nella propria disponibilità. I due, allettati dalla proposta, avevano interrotto l’attività del locale per evitare ulteriori spese di conduzione, attendendo di perfezionare l’accordo raggiunto col Ligambi.

 

L’imprenditore però a settembre, fa un passo indietro e si rifiuta di concludere la transazione, nonostante vari prestiti ottenuti nel frattempo dai Cacioppo.

Un rifiuto azzardato, visto il metodo di recupero crediti dei due fratelli, abbastanza conosciuti per non andare tanto per il sottile. Ma un azzardo favorito anche dal rapporto economico che lo legava ad un certo Aurelio Amaro, collegato a sua volta con Lorenzo Cimarosa. Amaro era stato assunto nella Ediltupina di Giovanni Ligambi dal 2 febbraio al 3 ottobre del 2013, percependo una disoccupazione di 10.512 euro.

Una garanzia che i Cacioppo intuiscono: “Non è che gli sembra che questo… perché gli fa prendere la disoccupazione ad Aurelio Amaro che è con Lorenzo Cimarosa, si dovesse sentire protetto… lo hai capito?

I Cacioppo ne parlano con Francesco Guttadauro e Girolamo (Luca) Bellomo, due nipoti di Matteo Messina denaro, decisi a punire lo sgarro col sangue. Soltanto, appunto, l’interessamento di Lorenzo Cimarosa evita il peggio.

Si tratta di uno sgarro da 30.000 euro.

20.000 euro per il danno causato dalla sospensione delle attività del ristorante pizzeria in attesa della conclusione dell’accordo e 10.000 euro per i prestiti che i Cacioppo avevano effettuato nel corso dell’estate.

L’imprenditore alla fine paga. E dato che non ha tutti i soldi necessari, secondo gli inquirenti, utilizza il meccanismo della fittizia assunzione finalizzata alla concessione dell’indennità di disoccupazione.

Vengono assunti nell’Ediltupina sia i due fratelli Cacioppo che i rispettivi genitori. E al momento giusto arrivano i contributi di disoccupazione.

Gli inquirenti però, dando un’occhiata ai dati Inps dell’impresa, scoprono un numero di dipendenti sempre crescente nel corso degli anni: da 4 nel 2009, a 141 del 2014. Un turnover altissimo a fronte di un massimo di circa 15 dipendenti avuti nel 2013.

 

Siamo ancora molto lontani dalle rivoluzioni contro il pizzo. E le iniziative sull’esenzione dall’Imu, o dalla bolletta della spazzatura per incoraggiare le denunce di commercianti e imprenditori, non hanno fatto i conti con l’altra esenzione: quella dal pizzo. Un’esenzione sotterraneamente più gradita, tra i pilastri del consenso al superboss. Nella percezione dei castelvetranesi, l’economia non viene uccisa dal racket del pizzo, ma dall’antimafia del sistema Saguto. Una semplificazione, certo, ma i fatti di questo periodo non aiutano.

 

Egidio Morici per Tp24.it

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