Castelvetrano, mafia e politica: poca chiarezza nell’azzeramento del consiglio comunale

3 aprile 2016 di Egidio Morici

 

Giambalvo, Alfano, Errante

 

“E’ stata riaffermata la legalità”, ha detto Angelino Alfano, in seguito allo scioglimento del consiglio comunale di Castelvetrano, come reazione alla presenza del collega Giambalvo, diventato ormai troppo ingombrante.

Somiglia un po’ ad un altro suo slogan, “Lo stato ha vinto”. Quello lo aveva detto dopo il fallimento della Gruppo 6, azienda confiscata al re dei supermercati Despar Giuseppe Grigoli, condannato per mafia, e distrutta dalla gestione dissennata degli amministratori giudiziari. Ma siccome un supermercato riapriva, lui venne a Castelvetrano ad inaugurarlo.

Slogan, appunto. Che stavolta arriva dopo più di un anno dalla diffusione delle gravi intercettazioni del consigliere Giambalvo, assolto in primo grado dall’accusa di essere un fiancheggiatore del super boss.

Una gravità tollerata da quasi tutta la classe politica e da quasi tutta la società civile. Oggi, improvvisamente, si svegliano tutti, dopo che anche il resto dell’Italia ha saputo. Ci volevano Le Iene. Ci voleva l’audio di quelle frasi terribili, che però terribili non sono dal punto di vista penale.

Non è reato “dire” di essersi commosso nell’aver incontrato Matteo Messina Denaro. Non è reato “dire” di essere disposti a farsi 30 anni di galera pur di nasconderlo. Non è reato “dire” che, nei panni del super boss, avrebbe ammazzato uno dei figli di un collaboratore di giustizia.

E siccome non è reato, Giambalvo poteva sedere tra i banchi del consiglio comunale, proprio in base all’unico concetto di legalità riconosciuto anche dal sindaco Errante: l’osservanza scrupolosa delle regole.

Sono le regole che hanno imposto al Prefetto di rimuovere la sospensione del consigliere, a causa dell’assoluzione. Regole che non prevedevano che qualcuno potesse cacciarlo per le frasi intercettate. Ed è inutile appellarsi al famoso articolo 54 della Costituzione, dove si dice che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”, perché Giambalvo le sue funzioni pubbliche le ha esercitate dall’estate 2014, mentre le frasi “incriminate” sono del 2013.

Il ministro Alfano, incalzato da Le Iene, aveva detto anche di aver parlato col sindaco (del suo stesso partito, Ncd), che gli aveva assicurato che se non fosse riuscito ad indurre Giambalvo alle dimissioni, avrebbe messo sul piatto le proprie.

Ma pare sia stato un malinteso, perché le dimissioni di Errante sarebbero servite soltanto ad azzerare tutto il consiglio, mettendo fine all’imbarazzo, non per un’allergia di tipo morale del sindaco nel condividere l’amministrazione della città con Lillo, l’amico di tutti che però oggi nessuno riconosce.

E’ stato un malinteso. Perché per raggiungere l’obiettivo, con la legge regionale siciliana, le dimissioni del sindaco non producono l’azzeramento del consiglio. Il risultato sarebbe stato magari l’arrivo di un commissario al posto del sindaco e Giambalvo ancora consigliere.

Ecco perché Errante ha suggerito le dimissioni alla maggioranza. Poi, in tanti sono andati a ruota, dimettendosi nello stesso giorno e litigando su chi si fosse dimesso per primo.

Il problema era fare in modo che il fan di Messina Denaro non sedesse più in consiglio. Troppo imbarazzo, troppa attenzione dei media. Troppo alto il rischio che passasse il messaggio dell’infiltrazione mafiosa, soprattutto dopo l’interesse della commissione parlamentare antimafia nazionale, in un comune oggetto di corposi finanziamenti europei per progetti milionari di riqualificazione.

Nessun consigliere comunale si è dimesso per motivi di coscienza personale. Diversamente l’avrebbe fatto prima, senza aspettare che diventasse l’unico atto possibile contro ogni imbarazzo. Certo, per alcuni è stato una sorta di ordine di scuderia. Perfino Martino si è dimesso. E sarebbe quantomeno azzardato dire che l’abbia fatto perché la presenza dell’amico Lillo sarebbe stata incompatibile con la sua.

Molte frasi di quelle intercettazioni lui li conosceva già dal 2013, ancora prima che Giambalvo venisse arrestato.

Ecco, le dimissioni di Martino danno a questa “legalità ripristinata”, i contorni della farsa. Dove la scena e il fuori scena per un attimo si scontrano, producendo quel nonsense spiegabile soltanto con il fronte comune contro l’imbarazzo.

Dal punto di vista dell’inopportunità politica, anche il comportamento di Martino non è il massimo, ma, come commenta Monica Di Bella del Pd locale, “è un atteggiamento di passività che è diffuso nel nostro territorio”.

Scampoli di fuori scena vengono però alla luce dall’unico consigliere di opposizione che non si è dimesso: Ninni Vaccara. Nella sua articolata nota stampa, comunica che si dimetterà soltanto quando a farlo sarà anche il sindaco: “Attendo le sue dimissioni – scrive, rivolgendosi al primo cittadino – rifletta ed analizzi pure tutti i passaggi politico amministrativi che ci hanno condotti a queste decisioni, non appena sarà pronto e deciso a dimettersi, lo farò anch’io. Insieme siamo stati eletti ed insieme ci dimetteremo”.

Vaccara racconta ciò che è accaduto in questo periodo caldo del “dopo Iene”, in cui anche il Prefetto ed il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica avrebbero avuto la loro influenza:

Il sindaco ci aveva prospettato la richiesta non formale ed esposta in maniera non ufficiale dal Prefetto ed in particolare da parte del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, di trovare subito 16 consiglieri disposti a dimettersi immediatamente, perché potevano ravvisarsi ‘altre circostanze’ determinanti nuovi imbarazzi per la città. Durante la stessa riunione con l’intervento del Presidente del Consiglio Comunale , molti consiglieri di maggioranza e di opposizione si erano detti disponibili a dimettersi immediatamente “seduta stante”. Nel prosieguo della stessa riunione, il sindaco dichiarava come esplicitato in verbale che anche lui contestualmente avrebbe rassegnato le sue dimissioni perché come aveva anticipato sia al Prefetto che al Comitato, lui essendo un sindaco politico, se si dimetteva il Consiglio, lo avrebbe seguito contestualmente ed immediatamente. L’indomani, nella seconda conferenza svoltasi sabato mattina, il clima e le richieste erano cambiati. Non si gridava più ‘al lupo, al lupo!’ , si stilava un nuovo documento di autosospensione, per dare un ulteriore forte messaggio a Giambalvo, si decideva di aspettare almeno fino a lunedì 14 marzo, prima di assumere ulteriori decisioni politiche sempre nell’ambito ed in sede della conferenza dei capigruppo”.

Durante queste riunioni però, continua Vaccara, accade un fatto molto grave.

Il sindaco volutamente omette di riferirci della sua visita a Roma e degli impegni assunti per lui dal Ministro Alfano, che lo vedeva dimissionario su sua richiesta ed impegno pubblico preso da leader del suo partito. Noi consiglieri questa decisione l’abbiamo appresa sabato pomeriggio da notizie di stampa e l’abbiamo ascoltata interamente domenica sera durante il servizio delle Iene. Quindi – continua il consigliere di Noi per Castelvetrano – viene spontaneo chiedersi il perché in un contesto così delicato e determinante per le sorti della città, il sindaco non ci racconta tutta la verità degli incontri e delle decisioni prese ? Perché poi continua a smentire quello che si era detto il giorno prima o che si era verbalizzato nella conferenza dei capigruppo ? Il sindaco invece era pervenuto ad un’altra determinazione: rimanere con la sua Giunta. Per non adempiere all’ordine del Ministro, ha provocato le dimissioni della sua maggioranza, che stranamente non riusciva a compattare qualche giorno prima, quando chiedeva l’ausilio del Presidente del Consiglio e dell’opposizione. Anzi, come dice la nota del Ministro Alfano, ‘ha fatto esercizio della propria leadership per orientare questa decisione’, con una vera e propria fuga in avanti, senza coinvolgere la restante parte del Consiglio che giorni prima aveva dato grande disponibilità alle dimissioni di tutti, congiuntamente e serenamente”.

Intanto Giambalvo, viene raggiunto al telefono dall’inviata di Tagadà, la trasmissione di La7 andata in onda ieri pomeriggio. Gli chiede perché avesse detto quelle cose e lui risponde: “Ma non è proprio così: si commentavano dei giornali, si scherzava, si parlava… Non sono io il problema, ci sarà qualche altro motivo molto serio dietro”.

Difficile dire di cosa si tratti e se magari questo “motivo” potrebbe essere collegato con le “altre circostanze” portatrici di nuovi imbarazzi per la città, così come scrive nella sua nota il consigliere Vaccara.

Ad ogni modo il problema sembra risolto, almeno in termini di imbarazzo. Il consiglio non c’è più. E quindi non c’è più nemmeno Giambalvo. Arriverà un commissario che affiancherà il sindaco e la giunta, per amministrare la città fino alle elezioni previste per il prossimo anno.

Il sindaco si dimetterebbe soltanto se dovesse avere il sospetto che l’azione amministrativa possa essere condizionata dalla mafia. E’ per questo che punta molto sull’azione delle commissioni parlamentari antimafia nazionale e regionale.

Il Caso Giambalvo potrebbe a questo punto essere un grande passo verso l’applicazione di quella famosa lezione di Paolo Borsellino agli studenti, nel 1989. Forse per la prima volta, a Castelvetrano, è stata fatta la differenza tra la rilevanza penale e l’opportunità politica. Certo, in ritardo, ma meglio di niente.

Potrebbe rappresentare un precedente, se solo si riuscisse ad andare oltre l’imbarazzo.

Egidio Morici per Tp24 del 10/03/2016

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