Parco archeologico di Selinunte. I finanziamenti persi e le “colpe” del custode

16 agosto 2016 di Egidio Morici

 

Parco archeologico di giorno

 

Il comune di Castelvetrano ricorre al Tar per i 4 milioni e mezzo di finanziamento dei lavori da fare al parco archeologico di Selinunte, ormai persi irrimediabilmente.

La cosa curiosa è che, secondo l’amministrazione comunale, questi fondi europei di riqualificazione sarebbero andati in fumo per colpa di un custode che, nel 2012, avrebbe “incautamente” segnalato dei fatti. Questa segnalazione avrebbe provocato il sequestro dell’area per quasi un anno e il rinvio a giudizio per reato ambientale di 5 persone (poi assolte), tra le quali Giuseppe Taddeo e Caterina Greco, allora rispettivamente capo dell’ufficio tecnico del Comune e direttrice del parco archeologico.

I lavori finanziati prevedevano la creazione di un parcheggio, un’area verde, un impianto di luce a basso consumo energetico, spazi commerciali, un’area per servizi di ristorazione, oltre alla completa eliminazione della duna esterna, con la creazione della “passeggiata” in acciaio e legno lungo il perimetro del parco.

L’opera però si è fermata alle operazioni di sbancamento della duna esterna. Un custode del parco aveva appuntato nel registro di servizio numerosi scarichi di materiale proveniente dai lavori di smantellamento.

 

In due grandi aree, una vicino il tempio G e l’altra nei pressi del cancello che dà sulla statale, erano state sversate grosse quantità di terra mista a materiale di risulta di varia natura.

Dopo il sopralluogo della Forestale, il cantiere fu sequestrato e la magistratura aprì un fascicolo, ipotizzando in sostanza un abbandono di rifiuti nel parco al posto del corretto smaltimento in discarica. Dopo circa un anno però la questione si “risolse” con un nulla di fatto. Tutti assolti. Nessun reato: il materiale era stato accatastato provvisoriamente, prima di essere smaltito.

Per mesi la stampa locale aveva focalizzato l’attenzione su determinati rifiuti trovati nella duna. Si scrisse tanto di un copertone, un cestello di lavatrice e mezzo palo della luce, ma non degli sfabbricidi spianati per svariati metri quadri in aree del parco distanti dalla zona di smantellamento.

Verrebbe da pensare che se davvero si fosse voluto portare in discarica il materiale estratto, sfabbricidi compresi, forse non lo si sarebbe spianato. Ma per carità, le sentenze non si discutono e alla fine è stato disposto il “ripristino dei luoghi”. Chissà se questo ripristino avrà intimorito l’associazione temporanea di imprese (Ipe srl e Puma srl) che avrebbe dovuto ricominciare i lavori.

 

Fatto sta che le due imprese rinunciarono. E, cosa ancora più curiosa, rinunciarono in blocco anche tutte le altre 14 ditte che avevano partecipato alla gara d’appalto. Il Comune le contattò tutte, ma la risposta fu sempre la stessa: no, grazie.

Si rese necessaria quindi un’altra gara d’appalto, con un progetto rielaborato che però non convinse la Corte dei Conti, non solo riguardo all’assegnazione degli incarichi di progettazione, ma anche alle modalità di conferimento.

Risultato: finanziamento perso e restituzione alla Regione Siciliana delle somme già spese: 255.064,68 euro.

 

La colpa, secondo il Comune, sarebbe del custode che fece la segnalazione.

Sembra riferirsi a lui l’avvocato Francesco Vasile, quando ipotizza addirittura l’attivazione di “un procedimento penale a carico di coloro i quali, in qualche modo, anche indirettamente, hanno immotivatamente procurato un ingiustificato allarme e contribuito a determinare i fatti in causa, così pregiudicando l’intera comunità dei cittadini, ingiustamente privati dell’importante opera”.

Ora, non bisogna certo essere dei giuristi per capire che un processo non si può basare soltanto su un paio di appunti in un registro. La magistratura non avrebbe mai aperto un fascicolo senza prima sincerarsi dello stato dei luoghi. Che poi che non sia stata dimostrata la rilevanza penale di ciò che era stato segnalato, che per altro era (ed è ancora) sotto gli occhi di tutti, è altra questione.

 

Insomma il messaggio che viene fuori da Palazzo Pignatelli è chiaro: fatevi i fatti vostri. Un messaggio lontanissimo dalla sempre auspicata partecipazione alla cittadinanza attiva. Ecco che allora il custode che, come da prassi, ha scritto nella sua consueta relazione di servizio ciò che ha visto in un’area sotto la sua sorveglianza, viene trasformato in un mascalzone che rema contro i cittadini.

Ma c’è di più. Oltre ad Ipe e Puma, c’è un’altra impresa che aveva partecipato attivamente allo sbancamento, attraverso un subappalto o comunque una collaborazione: la Ventura Spa. Fattivamente, in seguito al dissequestro del cantiere nel maggio del 2013, quest’impresa del messinese avrebbe dovuto riprendere i lavori.

Nel gennaio dello stesso anno però, si è trovata nei guai in quel di Milano, a causa di unainterdittiva antimafia emanata nei suoi confronti dalla prefettura, che alla fine l’ha esclusa dal più importante appalto di Expo 2015, la “Piastra”, cioè la spianata lunga oltre due chilometri sulla quale doveva sorgere la cittadella espositiva, un contratto del valore di 165 milioni di euro.

L’impresa, evidentemente ferrata in operazioni di spianamento, aveva quindi un motivo in più (date le acque agitate) per evitare il cantiere a Castelvetrano. Ed è immaginabile come possano essere decaduti gli eventuali accordi presi con l’ATI, effettiva titolare dei lavori al parco archeologico.

 

Il nome della Ventura Spa era già spuntato nelle carte dell’operazione Gotha tre, che nel 2012 aveva portato in carcere dodici persone, tra cui l’avvocato Rosario Cattafi, definito dai pentiti come “la mente” della mafia barcellonese. Anche se non espressamente coinvolta nell’operazione, la Ventura era stata collegata da alcuni imprenditori esclusi da gare d’appalto siciliane, ai boss e alla spartizione degli appalti pubblici nel messinese.

Dalla sentenza del Tar della Lombardia era emerso con chiarezza come l’impresa avesse avuto legami e rapporti di contiguità con ambienti malavitosi della mafia siciliana, tentando di infiltarsi nell’appalto dell’Expo più rilevante dal punto di vista economico.

Intanto, dopo aver addossato tutte le colpe al custode, il comune di Castelvetrano ricorre al Tar. Almeno si allungano i tempi, evitando di restituire subito le somme alla Regione Siciliana. Dopo le amministrative del 2017, il prossimo sindaco rischierebbe di restituirle con gli interessi.

 

Egidio Morici

per Tp24.it

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