[Le foto] Selinunte. Alghe, discariche e méthodologies durables

1 ottobre 2016 di Egidio Morici

 

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Non chiamatele alghe, per carità. Si chiamano foglie di posidonia. E sono da anni uno dei principali problemi di Marinella di Selinunte, intasando il porticciolo turistico e la piccola spiaggia che c’è di fianco. Ad ogni bonifica il problema è sempre lo stesso: i costi di smaltimento. Perché non trasformare allora il problema in risorsa? Ecco allora la “soluzione”: Medcot, è il nome di un progetto che sta per “Méthodologies Durables pour la Réhabilitation et la Valorisation du Littoral Côtier”. Viene fuori dalla cooperazione tra l’Italia e la Tunisia e serve a trasformare la posidonia spiaggiata in compost per l’agricoltura, attraverso un macchinario (ormai conosciuto impropriamente come “trita alghe”) in grado di togliere dalle alghe sia il sale marino che la sabbia.

 

Certamente una buon progetto che, al di là del concetto di “Durable” che stride un po’ con la provvisorietà tipica delle amministrazioni comunali castelvetranesi, è destinato ad essere esportato anche altrove, soprattutto in zone dove le coste sono davvero torturate dalla posidonia.

Peccato però che questa metodologia non riguardi affatto le alghe del porticciolo, che evidentemente spiaggiate non sono.

Non è vero quindi, come è stato scritto su un quotidiano, che “l’avvio di questo programma di recupero della posidonia consentirebbe a breve, all’amministrazione locale di risolvere un’annosa questione che ha alimentato finora molte polemiche, pochi risultati e molti soldi pubblici spesi”.

Non è vero per il semplice fatto che l’annosa questione, le polemiche e lo spreco di soldi pubblici non hanno mai riguardato le alghe spiaggiate, ma quelle dentro il porto, con centinaia di migliaia di euro per le bonifiche e per tentate soluzione “definitive” come buchi nel molo e saracinesche che non funzionano.

 

Soldi pubblici impiegati anche per affidamenti diretti attraverso una “somma urgenza” che ha spesso fatto pensare all’urgenza di una somma.

Ma anche soldi “risparmiati” quando si trattava di smaltire le masse che venivano tirate fuori dall’acqua del porto: per evitare i costi di smaltimento, i fanghi di dragaggio (una melma nera che è difficile chiamare “foglie di posidonia”) sono stati oggetto della migliore creatività da parte delle amministrazioni comunali.

Per esempio, ne furono scaricati a quintali in un sito di via Cavallaro, a pochi chilometri dal porto, provocando la morte di una trentina di alberi d’ulivo. Il 9 giugno del 2012 la Forestale ha sequestrato l’area ed oggi sono sotto processo l’imprenditore Nicolò Clemente (della Clemente Costruzioni) che eseguì l’intervento e i tecnici comunali Michele Caldarera e Raffaele Giobbe, i quali hanno sottolineato che c’erano tutte le autorizzazioni per il deposito temporaneo. Insomma, li avrebbero portati in discarica a breve, giusto il tempo che le leggiadre foglie di posidonia si fossero asciugate. “Rifiuti speciali” secondo la Forestale. “Non tossici, secondo i tecnici del Comune”. Il punto però non sarebbe relativo alla natura specifica del rifiuto, visto che gli alberi sarebbero morti a causa del sale dell’acqua di mare.

 

Una creatività nello smaltimento che non si smentisce. Due anni dopo, infatti, ecco la nuova idea: un altro deposito temporaneo, ma in via Manganelli. Si dirà: sarà una via che dà sul mare, dove c’è tanta posidonia spiaggiata. Invece no. La via Manganelli è nella periferia di Castelvetrano, a più di 12 chilometri da Marinella di Selinunte. Una strada senza uscita intestata all’ex capo della Polizia Antonio Manganelli e mai realizzata completamente. Ed è lì che nel luglio del 2014, il Comune porta tonnellate di alghe tirate fuori dal porto.

Un deposito temporaneo per poi trasferirle in discarica? No. La creatività qui ha raggiunto vette considerevoli: nell’ordinanza del sindaco si leggeva chiaramente che i cumuli, alla fine della stagione estiva, sarebbero stati ricollocati nel posto originario. Non di nuovo dentro le acque del porto, ma sulla spiaggia, in modo da evitare “l’erosione delle coste”. Inutile dire che di stagioni estive ne sono trascorse ben tre e quelle masse si trovano ancora lì, a dimostrazione del fatto che si trattava soltanto di un trucco per non pagare lo smaltimento a discarica autorizzata.

Nel corso del tempo, oltre a flaconi, bottiglie, cordami e grosse pietre, qualcuno ha arricchito il sito di rifiuti edili e sulla massa ormai compatta erano cresciuti robusti cespugli alti anche più di un metro. E quando quest’estate ci fu l’altra bonifica, le alghe furono portate esattamente nello stesso posto: nuovi cumuli sui cumuli precedenti. Tutti in attesa di essere riportati in spiaggia, naturalmente, per evitare l’erosione delle coste.

 

Al momento l’unica erosione difficile da evitare è quella della credibilità e dell’autorevolezza di un’amministrazione comunale che da un lato combatte l’evasione delle imposte e dall’altro si industria per non pagare il proprio.

 

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Egidio Morici per Tp24.it

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