“Gentile Matteo Messina Denaro, ti devo chiedere scusa…”

19 dicembre 2016 di Egidio Morici

 

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Di seguito una lettera di Bernardo Calasanzio Borsellino, che vale la pena leggere.

 

Gentile Matteo Messina Denaro,

ti devo chiedere scusa. Da ragazzino avevo scritto un A4 con il tuo identikit riempiendolo di insulti e attaccandolo in giro per il mio paesino, Santa Margherita di Belice, vicino alla tua Castelvetrano. Per me, cresciuto in una famiglia dilaniata dalla violenza mafiosa, tu eri il nemico “numero 1”. Che piccolo idiota che ero. Nel 1992 la mafia aveva ucciso a Lucca Sicula mio nonno e mio zio, omonimi del giudice: Giuseppe e Paolo Borsellino. Erano due piccoli operai proprietari di un piccolo impianto di calcestruzzi e non avevano accettato l’ingresso di cosa nostra nella loro attività.
 
I tuoi amici non ci hanno pensato due volte e li hanno ammazzati: con mio nonno hanno usato una mitraglietta, con mio zio una fucilata. Da piccolo anziché il Topolino leggevo le carte dei processi, le perizie, le relazioni medico-legali. La mafia è questo, carne e sangue. Sono cresciuto con un odio profondo verso di voi; mia madre Antonella, figlia e sorella delle vittime, mi ha educato alla giustizia, alla legalità: “Noi abbiamo solo lo Stato” mi diceva sempre. Poi però la vedevo partire per i processi e tornare in lacrime: per mio zio Paolo nessuno ha pagato, né mandanti né esecutori; per mio nonno in carcere c’è solo un killer.

Ma voi, gentile Matteo, avete sempre fatto il vostro lavoro, seguito i vostri interessi.

Ad ammazzarci, a violarci, a stremarci non siete stati voi. Noi siamo sopravvissuti alla vostra violenza, abbiamo tratto forza da quel sangue e l’abbiamo utilizzata per cercare di costruire una memoria collettiva e antimafiosa. Avreste potuto far saltare in aria anche noi, ma non lo avete fatto.
 
No, ad ammazzarci e a rendere la nostra vita una continua mortificazione non è stata la tua mafia, ma lo STATO ITALIANO, in particolare rappresentato dalla PREFETTURA DI AGRIGENTO. Uomini e donne per cui noi siamo solo un fastidio, una pratica. Uomini e donne che quando andavamo lì a chiedere, a cercare di capire perché mio nonno FOSSE vittima innocente di mafia, mentre mio zio NO, ci dicevano: “Ma lasciate perdere… ma volete i soldi… guardate che se andate in fondo tolgono lo status anche al padre”. E così probabilmente sarà perché abbiamo rotto le scatole, abbiamo trascinato lo Stato in tribunale… un’altra sconfitta per ciò in cui credevo.
 
E chi se ne fotte gentile Matteo. Mio zio è stato privato da voi della vita e dalla Prefettura della dignità. Hanno detto che non era una vittima innocente di mafia perché un benzinaio diceva fosse vicino alla mafia. Come hanno fatto con Pippo Fava, ucciso per le donne, o Beppe Alfano, ammazzato per il gioco. Una sentenza di Appello e una di Cassazione hanno distrutto sia il Primo Grado sia quel finto pentito. Ma la Prefettura ha confermato: non è una vittima di mafia. Allora abbiamo chiesto: se avete delle carte che non conosciamo, se il nostro Paolo era un mafioso, abbiamo diritto a saperlo. “No, non ci sono altre carte” ci hanno detto. Abbiamo chiesto e supplicato decine di volte di essere ascoltati, nessuno ci ha mai degnato di attenzione.

Questa è la situazione gentile Matteo Messina Denaro. Dunque ti devo chiedere scusa perché voi, in confronto a questa gente, siete stati dei dilettanti. Vi siete limitati ad uccidere. Loro no. Loro hanno stuprato la memoria dei miei parenti, ci hanno minacciato di togliere la dignità anche a mio nonno, ci rispondono con missive circolari che ci rimbalzano a destra e a manca, in cui fondamentalmente la risposta è: NOI SIAMO NOI, E VOI… Noi non abbiamo diritto alla verità, tutto qui.
 
No, questo non è lo Stato che mi ha raccontato mia madre. Mi ha raccontato un sacco di cazzate. Lo Stato che oggi ho di fronte è di funzionari pavidi e vigliacchi, che non vogliono prendersi la responsabilità di ripristinare lo status di vittima innocente a mio zio perché temono richieste milionarie di arretrati e risarcimenti. Perché nessuno vuole rovinarsi la carriera. E se ne fottono di me, di mia sorella, dei miei cugini, dei miei parenti e di mia nonna, madre e moglie, a cui voi avete tolto tutto ma che morirà senza avere verità e giustizia non per colpa vostra, ma per colpa di miserabili che presenziano alle manifestazioni antimafia, che si riempiono la bocca di parole e poi si comportano da killer della memoria.
 
Dammi una mano Matteo. Raccontami la verità. Aiutami tu. Io con questo Stato non voglio avere più nulla a che fare. Tutti si girano dall’altra parte, noi stiamo morendo dentro, uno dopo l’altro. Spero non ti prendano mai, perché vederli festeggiare mentre in realtà saranno completamente indifferenti non lo sopporterei.
 
Bernardo Calasanzio Borsellino
Nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino, uccisi a Lucca Sicula il 17 dicembre e il 21 aprile del 1992.

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