Parla Angelo Mangano, il giornalista che per primo capì il depistaggio di Via D’Amelio…

13 ottobre 2018 di Egidio Morici

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E’ stato sentito il 4 ottobre scorso dalla Commissione parlamentare antimafia regionale, il giornalista Angelo Mangano.
 

Sembrano essere due le circostanze principali emerse durante l’audizione. Da un lato, la dichiarazione dell’allora Pm Carmelo Petralia che, dietro la prima ritrattazione di Vincenzo Scarantino (nel 1995), ci fossero addirittura gli uffici stampa di Cosa nostra. E dall’altro, le dichiarazioni precise dello stesso Angelo Mangano, sentito dalla DIA nell’ottobre del 2013, mai acquisite agli atti del processo Borsellino Quater.
 
Già nel 1995, Mangano aveva capito che Vincenzo Scarantino non poteva essere uno degli uomini chiave della strage di via D’Amelio, dove persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Ne avevamo parlato qui, riportando l’interessante racconto che aveva fatto Mangano in occasione del primo master universitario italiano sui temi dell’anticorruzione e dell’antimafia, organizzato nel 2016 a Brancaccio (al centro di accoglienza Padre Nostro, fondato da Padre Puglisi) dal dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, che aveva visto la partecipazione di Salvo Palazzolo di Repubblica.
 
L’intervista di Mangano al pentito che era stato “costruito” dal gruppo investigativo allora guidato da Arnaldo la Barbera, era andata in onda appunto nel ‘95 nella trasmissione “Fatti e Misfatti” di Paolo Liguori a Studio Aperto. In quell’intervista, Scarantino ritrattava quelle dichiarazioni che avevano portato in carcere sette persone. Il tutto aveva provocato la reazione del gruppo di La Barbera, con i poliziotti che arrivarono nella sede Mediaset di Palermo, sequestrando la videocassetta mentre la procura di Caltanissetta obbligava l’ufficio legale di Milano alla cancellazione di quell’intervista anche dagli archivi e dai server.
 

Ed i sequestri sembrano fare da sfondo in questa storia, soprattutto alla luce del cellulare, del tablet e dei tre hard disk sequestrati ai giorni nostri a Salvo Palazzolo. Il giornalista de La Repubblica, infatti, il 13 settembre scorso finì indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, avendo scritto del rinvio a giudizio dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. L’avvocato Giuseppe Seminara, per conto degli ultimi due, accusati di aver “costruito” il falso pentito Scarantino, aveva fatto partire le indagini della procura di Catania.
 
Insomma, sembra una storia che si ripete. E se il 20 settembre scorso la Commissione parlamentare ha voluto sentire Salvo Palazzolo, lo scorso 4 ottobre, come dicevamo, è stato audito Angelo Mangano.
 

Angelo Mangano, cosa può dirci di quest’audizione?
 

Ho raccontato più o meno le stesse cose che avevo raccontato durante quell’incontro a Brancaccio, del quale vi siete occupati, ma con qualche dettaglio in più. Per esempio, il fatto che Carmelo Petralia nel 1995, in merito alla ritrattazione di Scarantino, aveva detto che si erano “mossi gli uffici stampa di Cosa nostra”. In un’intervista rilasciata a La Stampa, si legge: “Il sostituto Petralia denuncia una manovra di Cosa nostra, che sa trovare i tempi e i modi per mettere in moto un meccanismo di pressione per indurre il collaboratore a ritrattare”. La copia integrale di quest’articolo è stata messa agli atti dalla commissione parlamentare antimafia.
 

E riguardo a quegli uomini che erano venuti a cercarla?
 

Mi hanno chiesto chi fossero questi che sono venuti a casa mia. Il mio portiere mi disse che si erano qualificati come poliziotti, ma sembravano dei rapinatori… Erano in borghese e avevano cominciato a fare domande su mia moglie, sui bambini… Poi hanno fatto domande anche al lido che frequentavamo e all’asilo dove insegnava mia moglie… Non è stato certo un bel periodo. La Commissione mi ha chiesto se mi sono mai sentito sotto osservazione da parte dei servizi segreti.
 
Ho risposto di sì. Assolutamente sì.
 
Ho riferito anche che il centro Sisde di Palermo, a metà Agosto, quindi prima ancora che Scarantino venisse arrestato, annunciava la svolta sulle indagini per la strage Borsellino. E parlava di un pentito, quando ancora Scarantino non era stato nemmeno arrestato.
 
In un’altra nota di ottobre del 1992, il centro Sisde di Palermo dice che Scarantino era un grande boss… un uomo d’onore riservato della mafia palermitana. Ecco, tra le cose che mi sono ricordato, Scarantino vendeva le sigarette di contrabbando a piazza Guadagna con un banchetto fatto di cassette della frutta.
 

Però Scarantino era il cognato di Salvatore Profeta
 

Salvatore Profeta era suo cognato, che era anche il braccio destro di Stefano Bontade. Ed era diventato il capo della Guadagna. Ma i due non si parlavano nemmeno. Scarantino andava a trans. Aveva un amante trans che, tra l’altro, ha raccontato delle cose incredibili su di lui. Ho spiegato alla Commissione che si trattava di uno fuori da ogni regola criminale mafiosa. Dopo le sigarette di contrabbando, l’unica sua evoluzione fu quella di diventare spacciatore. Insomma, un balordo. E per capirlo non era necessaria una conoscenza diretta approfondita; bastava parlarci per cinque minuti.
 

La Commissione parlamentare antimafia le ha chiesto se queste cose le avesse mai raccontate, anche dopo anni, agli inquirenti?
 

Sì. Ho risposto loro che l’occasione è stata quando sono stato sentito dalla DIA, il 3 ottobre del 2013. Le mie dichiarazioni però sono rimaste nel limbo, tenute nel cassetto per quasi tre anni. Soltanto dopo quel master a Brancaccio, le cose sono cambiate, perché la registrazione di quell’incontro è stata acquisita agli atti.
 
Questa è una storia che ho sempre raccontato anche in altre occasioni, agli studenti, ai colleghi e, adesso, ai politici della Commissione antimafia. Ma non l’ho mai raccontata in un’aula di giustizia, perché in quel contesto non sono mai stato sentito.
 

Egidio Morici per TP24.it

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