Castelvetrano, c’è il carcere duro per Gaspare Como, il cognato di Messina Denaro

2 dicembre 2018 di Egidio Morici

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Applicato il 41 bis a Gaspare Como, uno dei cognati di Matteo Messina Denaro.
 
Era stato arrestato nell’operazione “Anno Zero” dell’aprile 2018, quando le indagini della DIA avevano permesso di documentare il suo ruolo di vertice operativo, come reggente del mandamento di Castelvetrano dopo gli arresti del dicembre 2013 (operazione Eden) e dell’ agosto 2015 (operazione Ermes) che avevano colpito i principali esponenti dell’organizzazione, compresi alcuni familiari del latitante.
 

Gaspare Como è al momento detenuto nel carcere di Voghera, ma sconterà il cosiddetto carcere duro nell’istituto penitenziario di Cuneo.
 

Abbiamo Sentito Roberto Piscitello, direttore generale detenuti e trattamento del Dap, (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), che ha istruito il relativo fascicolo, poi firmato l’altro ieri dal ministro della Giustizia.
 

Dottor Piscitello, il 41 bis è stato a volte considerato incompatibile col dettato costituzionale. Cosa può dirci al riguardo?
 

Sono stato a Ginevra due settimane fa, davanti la commissione dell’Onu per la prevenzione della tortura. Il regime del 41 bis è uno degli istituti oggetto di attenzione. Ma è importante riuscire a spiegare bene di che cosa si tratta. Nella comunità europea, vige soltanto in Italia, ma è regolamentato dalla legge e nato da un decreto ministeriale soggetto a tre gradi di giudizio. D’altra parte, in alcune zone della nostra nazione c’è un allarme mafioso e terroristico che certamente non esiste in altri stati europei; basti pensare alle stragi di mafia, ai magistrati morti ed ai giornalisti uccisi. Dal punto di vista più squisitamente investigativo e preventivo, il 41 bis costituisce, insieme alle misure patrimoniali, uno degli strumenti più efficaci nei confronti delle associazioni criminali. La commissione dell’Onu per la prevenzione della tortura, di solito, visita degli istituti penitenziari di vari paesi, il cui rapporto viene discusso in sede di assemblea. Poi, il paese oggetto della visita viene convocato.
 

Recentemente però, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la storia di Provenzano.
 

E’ una storia che va raccontata tutta: Provenzano era sì in regime di 41 bis, ma solo da un punto di vista formale. Perché da quello sostanziale, si trovava da 15 mesi in una stanza di un ospedale, facendo i colloqui con i familiari, tutte le volte che voleva e senza alcun vetro divisorio. Oltre ad avere tutte le cure mediche possibili. Credo che stavolta, chi ci ha difeso in Europa queste considerazioni non le abbia rappresentate. Ecco perché poi viene fuori il fatto eclatante che una persona di quell’età, al limite della capacità di intendere e di volere, non avrebbe dovuto subire il 41 bis. Certo, se si fosse trattato del 41 bis che di solito si immagina, saremmo stati davanti ad un provvedimento davvero crudele. Ma le cose stavano in maniera molto diversa, tanto che l’Italia non è poi stata condannata ad alcun tipo di risarcimento.
 
Fonte TP24.it

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