Castelvetrano, Giambalvo parla di mafia e massoneria

13 marzo 2019 di Egidio Morici

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Lillo Giambalvo era stato dipinto come un fanfarone che, per darsi un tono, raccontava al consigliere Franco Martino di essersi visto perfino con Matteo Messina Denaro in persona, durante una battuta di caccia, avendo pianto (entrambi) per la commozione, mentre il capomafia latitante tentava di portargli via una lepre appena presa. Ma le cose sono forse un po’ più complesse, rispetto alle sole intercettazioni, divenute virali grazie all’intervento de Le Iene nel 2016 (dove tra l’altro Giambalvo auspicava anche l’uccisione di uno dei figli del collaboratore Lorenzo Cimarosa, in modo che la smettesse di parlare).
 
Insomma, secondo gli inquirenti, un suo ruolo riconosciuto nella cosca di Castelvetrano, Giambalvo ce l’aveva, eccome.
 
Un fanfarone però non avrebbe potuto dialogare con i mafiosi di Castellammare per conto dei locali. Avevamo già scritto della vicenda della mancata “messa a posto” di Nicolò Clemente per un lavoro da 600 mila euro svolto, appunto, a Castellammare. Secondo quanto ha raccontato Cimarosa (cugino acquisito di Matteo Messina Denaro, morto per malattia durante la sua collaborazione con la giustizia), sarebbe dovuto essere lo stesso Giambalvo a ricevere i soldi dal Clemente e a consegnarli ai mafiosi di Castellammare.
 
Il collaboratore lo aveva descritto come “uno dei componenti della famiglia mafiosa di Castelvetrano al quale è stato affidato il delicato compito di tramite per i rapporti con esponenti mafiosi del mandamento di Alcamo”. E ciò, anche in base all’accertata parentela e frequentazione con lo zio mafioso Vincenzo La Cascia.
 
Dall’operazione “Scrigno” emergono poi ulteriori tasselli che delineano il ruolo di Giambalvo in modo più evidente.
 
Un semplice millantatore, infatti, non avrebbe certo fatto incontrare l’onorevole Ruggirello con il mafioso Filippo Sammartano. Un incontro in cui Giambalvo ha pure partecipato, dove i due discutono dell’allontanamento volontario di Vincenzo Giardina, ex consigliere al comune di Campobello e assessore di Ciro Caravà quando fu sindaco, da Articolo 4. Argomento, questo, che abbiamo già affrontato qui.
 
Ovviamente questo non trasforma qualsiasi sua parola intercettata in verità incontestabile.
 
Come abbiamo già scritto, le sue dichiarazioni potranno anche essere smentite in futuro, e ci sarà modo e tempo per dimostrarlo.
 
E di cose ne dice tante Giambalvo, mentre le cimici registrano.
 
Per esempio, conversando con un suo amico, parla dei suoi 195 voti ottenuti alle amministrative del 2012 a Castelvetrano:
 
“…tu che pensi che i 195 voti miei vengono dal cielo? Non viene di portafoglio, vengono da amici! Tu non lo hai capito come non lo ha capito nessuno, vengono da amici, da amici che io ho rispettato e che ho voluto bene hai capito? Perché tu non devi pensare che è così semplice prendere 195 voti …”
 
Inoltre, scrivono gli investigatori, ribadiva “che era di importanza fondamentale per l’esito delle elezioni, come era accaduto per l’elezione del Sindaco di Castelvetrano Errante, che vi fosse unitamente all’appoggio di Cosa Nostra, il sostegno della massoneria, ancora una volta indicata come forza trainante del consenso elettorale”.
 
“…la mafia con Felice fù! E dove si mettono loro, la massoneria, dove… se i voti della massoneria vanno ad un Sindaco candidato il Sindaco candidato viene eletto! Mettitelo nel cervello tu, te lo devi mettere nel cervello!…”.
 
Dal canto suo, Felice Errante, ex Sindaco di Castelvetrano, accusa Giambalvo di essere “accertato millantatore” e di una “campagna di screditamento” nei suoi confronti.
 
Egidio Morici per TP24.it

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