Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/2. La mafia e i servizi segreti

21 aprile 2019 di Egidio Morici

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Continua in questa seconda parte, il nostro viaggio nella complicata storia di Antonio Vaccarino, arrestato nei giorni scorsi per aver passato all’amico mafioso Vincenzo Santangelo la trascrizione di intercettazioni relative alla caccia a Matteo Messina Denaro, ricevute a propria volta dal colonnello della Dia di Caltanissetta, Alfio Marco Zappalà.
 
Come scrivevamo nella prima parte, Vaccarino viene arrestato nel 1992 ed il consiglio comunale di Castelvetrano si autoscioglie.
 
Il 26 maggio del 1995
 
il Tribunale di Marsala lo condanna a diciotto anni di reclusione
 
per associazione mafiosa e per traffico internazionale di stupefacenti.
 
Un processo in cui erano imputati anche Francesco Messina Denaro (padre dell’attuale latitante Matteo) che verrà condannato in via definitiva come capo del mandamento mafioso di Castelvetrano;
 
Francesco Luppino e Nunzio Spezia che finiranno invece condannati come capi del mandamento della famiglia mafiosa della vicina Campobello di Mazara;
 
Ed infine proprio Vincenzo Santangelo, oggi destinatario dei fogli che contenevano le intercettazioni, che nel ’95 viene condannato quale membro della cosca castelvetranese.
 
Una sentenza, questa di primo grado, fondata anche sulle dichiarazioni del discusso collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che lo indica perfino come mandante di alcuni omicidi.
 
Ma anche su quelle di Giacoma Filippello, vedova di Natale L’Ala, reggente della famiglia mafiosa di Campobello, secondo la quale Vaccarino era il braccio operativo di Francesco Messina Denaro al Comune di Castelvetrano.
 
L’8 ottobre 1997
 
Vaccarino viene assolto in Appello dall’accusa di mafia,
 
ma la condanna (con pena ridotta a sei anni) viene confermata per il traffico internazionale di stupefacenti.
 
In un passaggio di questa sentenza si legge che aveva intrattenuto “al di la di ogni ragionevole dubbio … rapporti inquietanti non solo con lo stesso Calcara, ma anche con soggetti certamente mafiosi”.
 
Di lui si torna a parlare l’11 aprile del 2006
 
quando viene catturato Bernardo Provenzano.
 
Nel covo di Montagna dei Cavalli, dove il capo della cupola si nascondeva, vengono trovati dei pizzini che parlano proprio di Vaccarino. Pizzini inviati da Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, che portano gli investigatori ad indagare sul professore.
 
E scoprono uno scambio epistolare tra quest’ultimo ed il super boss, durato dal 2004 al 2006.
 
Il nome in codice del primo è Svetonio. Il boss invece si fa chiamare Alessio.
 
Ne viene fuori un procedimento penale a suo carico per mafia, che però viene archiviato: “Stavo lavorando con il Sisde (l’allora servizio segreto italiano, ndr)” – si giustifica Vaccarino – per individuare ed arrestare Matteo Messina Denaro”.
 
Il Sisde conferma ed il procedimento viene archiviato nel 2007.
 
Fine della storia.
 
Sì, ma con delle ombre che gli inquirenti non mancano di sottolineare.
 
Tra queste, il tenore della lettera che Messina Denaro scrive a Provenzano, il 30 settembre del 2004: “Tengo a precisare che per me (Vaccarino) è una brava persona che voglio bene e che stimo… io so che lui agirà sempre in bene per tutti noi e per la nostra causa”.
 
“Affermazioni impegnative – si legge nell’ultima ordinanza di arresto del 15 aprile scorso – tanto più se intercorrono tra due capi di Cosa Nostra entrambi latitanti e la cui prima regola di vita è la prudenza e la diffidenza spinta all’estremo”.
 
Una stima che Vaccarino spiega di essersi guadagnata da parte di mafiosi di rango, mentre era al “carcere duro” di Pianosa.
 
Una spiegazione poco convincente,
 
scrivono ancora gli inquirenti, che cozza con gli interrogatori in cui ai pubblici ministeri di Palermo ha affermato di “non avere mai avuto rapporti con il Messina Denaro Matteo prima dello scambio epistolare negli anni 2004-2006, e di averne avuti pochi e del tutto superficiali con il padre del latitante, Francesco Messina Denaro”.
 
Insomma, due capi mafia di quel calibro erano sicuri di poter scambiare i pizzini con lui in tutta sicurezza, senza il timore di essere scoperti e catturati.
 
Sarebbero stati davvero così ingenui?
 
Quando tutto viene fuori, Vaccarino riceve una lettera. Non un pizzino, di quelli arrotolati con il nastro, ma una lettera vera e propria, nella quale ci sarebbe stato scritto: “Ha buttato la sua famiglia in un inferno… la sua illustre persona fa già parte del mio testamento… in mia mancanza verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti”.
 
Chiunque, al suo posto, avrebbe cominciato ad essere prudente come non mai, temendo l’arrivo dell’oscuro esattore. Ma lui no, ha continuato a muoversi con la tranquillità di sempre. A volte facendo pure una corsetta, da solo, in un grande parco alla periferia della città.
 
Anche lui, sarebbe stato davvero così ingenuo?
 
Oggi i rapporti tra Vaccarino ed il Santangelo riemergono. E se negli anni ’80 entrambi, come dice la sentenza passata in giudicato, hanno fatto parte della stessa associazione per il traffico internazionale di stupefacenti, nel 2019 si ritrovano in mano delle intercettazioni che non avrebbero mai dovuto avere.
 
Secondo le ultime indagini, i rapporti di Vaccarino “sono risultati caratterizzati dall’inquietante intreccio di relazioni non solo con ambienti certamente mafiosi, ma anche con chi, rispetto a quegli stessi ambienti, dovrebbe essere fermo antagonista per ruolo e compiti istituzionali”.
 
Fine seconda parte
 
Egidio Morici per TP24.it

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