Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/4. Messina Denaro, la guerra tra procure

2 maggio 2019 di Egidio Morici

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Lunedì scorso Vaccarino è stato scarcerato.
 
L’ha deciso il Tribunale del Riesame, dopo l’arresto di una decina di giorni fa in seguito all’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia (ne abbiamo parlato ampiamente nei precedenti articoli).
 
Due i motivi dell’impugnazione da parte dei suoi avvocati Baldassare Lauria e Giovanna Angelo:
 
le intercettazioni non potevano essere autorizzate, dal momento che Vaccarino non era formalmente indagato. Mentre i reati di rivelazione di segreti d’ufficio (in concorso con il tenente colonello Zappalà) ed il favoreggiamento aggravato dalla finalità mafiosa, sarebbero inconsistenti.
 
Le motivazioni del provvedimento saranno note tra una quarantina di giorni.
 
Intanto, appare sempre meno sensato parlare di “talpe di Matteo Messina Denaro”. E per più di un motivo.
 
Per esempio, se davvero Vaccarino avesse fatto avere al boss (in via indiretta), delle intercettazioni fondamentali per la sua cattura, mai e poi mai il riesame avrebbe reputato non necessarie le esigenze cautelari, decidendo per la scarcerazione.
 
Poi ci sono i due militari (Zappalà e Barcellona). Ma ad entrambi viene contestata soltanto la rivelazione di segreto d’ufficio e non l’aggravante mafiosa.
 
Insomma, l’idea che Vaccarino ed i due carabinieri possano aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro sembra davvero un’ipotesi molto lontana dalla realtà.
 
Se così fosse non si capirebbe perché, come abbiamo già scritto, l’appuntato scelto Giuseppe Barcellona avrebbe mandato le foto delle intercettazioni al colonnello Zappalà con un messaggio Whatsapp. E perché mai quest’ultimo le avrebbe poi mandate a Vaccarino addirittura via mail.
 
Ma la cosa ancora più singolare è un’altra: Zappalà aveva incontrato l’ex Svetonio più volte, proprio nella caserma dei carabinieri di Castelvetrano.
 
Ora, le talpe di solito si muovono sotto terra. E davvero, non sembra essere questo il caso.
 
Nell’ordinanza si parla anche del tentativo di revisione del processo di Vaccarino, che lo aveva visto condannato definitivamente per traffico di droga dopo l’arresto del 1992 e nel quale si è sempre dichiarato vittima del controverso collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che fu uno dei suoi principali accusatori.
 
Nelle carte dell’ordinanza però non c’è scritto che questo processo è al momento in corso, la cui prima udienza sarebbe già stata fissata per il prossimo 8 maggio a Catania. Un processo che dovrebbe basarsi su elementi nuovi, che potrebbero riguardare l’inattendibilità di Calcara.
 
L’impressione che questi arresti possano rappresentare una guerra tra procure si fa sempre più concreta.
 
Così come la questione legata alla delega delle indagini di Zappalà sembra inseguire percorsi più formali che sostanziali, soprattutto alla luce di quanto affermato da quest’ultimo sulla presenza addirittura di 4 deleghe provenienti da Caltanissetta.
 
E se fossero delle deleghe non scritte? Al momento è difficile dirlo, nonostante Zappalà, da responsabile dell’ufficio investigativo della Dia di Caltanissetta, si occupi anche delle indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio per le quali è in corso un nuovo processo a Caltanissetta nei confronti di Matteo Messina Denaro.
 
Certamente però, il procedimento penale sui favoreggiatori del latitante finalizzato alla sua cattura, è formalmente “pendente presso la procura di Palermo”.
 
Il punto principale dell’intera vicenda, però gira attorno al contenuto dell’intercettazione che, partendo dall’appuntato scelto Barcellona, arriva via whatsapp al colonello Zappalà, che l’invia via mail a Vaccarino. Il quale, a sua volta, la stampa e la dà al mafioso Vincenzo Santangelo.
 
Si tratta di intercettazioni che contengono elementi rilevanti sui luoghi frequentati dal boss?
 
La risposta è no.
 
Si tratta infatti soltanto di parte di una conversazione tra due persone indagate (Ciro Pellegrino e Sebastiano Parrino) che parlano dei funerali del collaboratore di giustizia Lorenzo Cimarosa, curati dall’agenzia funebre di Vincenzo Santangelo (ce ne siamo occupati nelle “puntate” precedenti).
 
L’altra parte del dialogo tra i due, emerge “invece dall’intera lettura del verbale di trascrizione” depositato agli atti. Quello sì che appunto conterrebbe “lunghi ed espliciti riferimenti ai luoghi – anche in Paesi esteri – ove Matteo Messina Denaro starebbe trascorrendo la propria latitanza”.
 
Questo passaggio dell’ordinanza di custodia chiarisce incontrovertibilmente la vicenda:
 
“Agli investigatori appariva da subito evidente che le quattro fotografie trasmesse dallo Zappalà al Vaccarino via e-mail riproducevano solo la prima parte della conversazione, riguardante esclusivamente i riferimenti a Vincenzo Santangelo e ai funerali di Lorenzo Cimarosa”.
 
I riferimenti ai luoghi della latitanza non vengono invece riportati, per ragioni di segretezza investigativa.
 
Ma siccome l’intercettazione è del 13 gennaio 2017, possiamo ragionevolmente ipotizzare che comunque non sia servita molto a catturare Messina Denaro.
 
Insomma, è proprio la stessa ordinanza a rivelare che le intercettazioni inviate prima via whatsapp da Barcellona, poi via mail da Zappalà ed infine stampate da Vaccarino e date al Santangelo, non contenessero nulla che potesse agevolare la latitanza del boss.
 
Le vicenda sembra, come dicevamo, avere a che fare con una sorta di guerra tra procure.
 
E, per certi versi, ricorda ciò che è accaduto a Maria Teresa Principato, ex procuratore aggiunto della Dda di Palermo, condannata proprio nell’aprile scorso a 40 giorni (pena sospesa) dal gip di Caltanissetta con l’accusa di “rivelazione di segreti inerenti ad un procedimento penale” perché nel corso di una telefonata svelò ad un appuntato di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, applicato alla sua segreteria, l’esistenza di un’indagine a suo carico (Calogero Pulici), processato insieme a lei (ma poi assolto) perché accusato di “accesso abusivo ad un sistema informatico”.
 
Dopo la condanna, il magistrato aveva commentato al Fatto Quotidiano: “Io non so quale sia la ratio di queste indagini e quali siano le vere e autentiche motivazioni. Di certo tutto parte da Palermo. Gli atti sono partiti da Palermo e poi Caltanissetta ha fatto queste indagini intercettando Pulici e quindi anche la mia telefonata”.
 
La stessa Principato, nel giugno del 2012 stava per catturare Messina Denaro. L’operazione fu stoppata da un blitz in cui arrestarono 49 persone nella provincia di Agrigento.
 
Blitz che, secondo il magistrato, non doveva essere eseguito:Leo Sutera (tra gli arrestati) avrebbe infatti potuto condurre a Messina Denaro.
 
“Si doveva decidere – scrive la Principato – se stoppare un’indagine su Messina Denaro che proseguiva da circa due ani o procedere a un fermo per mafia ed estorsione ad Agrigento”.
 
Da allora sono passati sette anni.
 
Egidio Morici per TP24.it
 
Leggi anche:
 
Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/1. Le origini e la politica
 
Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/2. La mafia e i servizi segreti
 
Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/3. Le anomalie nella ricerca di Matteo Messina Denaro

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