Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/5. Il Riesame: non ha favorito la mafia

28 giugno 2019 di Egidio Morici

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Non erano “talpe di Messina Denaro”.

A dirlo è il Tribunale del Riesame in riferimento alla posizione di Antonio Vaccarino.

E’ stata infatti annullata l’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Procura di Palermo, accogliendo le argomentazioni dei difensori Baldassare Lauria e Giovanna Angelo.

Quest’ultima ha manifestato soddisfazione “nel constatare come, in un momento particolarmente difficile per la magistratura, vi siano testimonianze così concrete di giudici che non esercitano mero potere ma che amministrano giustizia con serietà di giudizio, equanimità, serietà istituzionale e, soprattutto, senza palcoscenici mediatici”.

E se Vaccarino non era una talpa, è davvero difficile pensare che lo siano stati gli altri due carabinieri imputati nello stesso procedimento (come abbiamo già scritto nella “puntata precedente”), ovvero il tenente colonnello della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, Marco Zappalà e l’appuntato scelto della compagnia dei carabinieri di Castelvetrano, Giuseppe Barcellona.

Al momento però il fatto che il colonnello si trovi ancora in carcere e l’appuntato ai domiciliari, rende la vicenda ancora più complicata.

Ma andiamo per ordine.

Nell’operazione del 16 aprile scorso, Zappalà viene arrestato per aver rivelato notizie riservate, Barcellona per accesso abusivo al sistema informatico e Vaccarino per favoreggiamento aggravato.

Secondo i magistrati, Barcellona, addetto a trascrivere i contenuti delle intercettazioni disposte nell’ambito della cattura di Matteo Messina Denaro, avrebbe passato a Zappalà la trascrizione di una conversazione tra due persone in cui si faceva riferimento a dinamiche interne alla famiglia mafiosa di Castelvetrano.

Zappalà ne avrebbe poi girato uno stralcio a Vaccarino. E quest’ultimo lo avrebbe stampato e dato al mafioso Vincenzo Santangelo.

Al Santangelo (titolare di un’agenzia funebre) però arriva soltanto la parte del dialogo in cui i due criticano la sua scelta di essersi occupato del funerale del collaboratore di giustizia Lorenzo Cimarosa. Che poi è la stessa parte (e solo quella) che Zappalà aveva girato a Vaccarino.

La parte dove Sebastiano Parrino e Ciro Pellegrino avrebbero fatto riferimento ai possibili luoghi di latitanza del boss, non era stata inserita nella mail inviata da Zappalà. Men che meno nelle stampe che Vaccarino consegna al Santangelo.

Eppure, secondo il Tribunale di Palermo, le indagini avrebbero dimostrato che “il reale intento del Vaccarino non era certo aiutare le ricerche del latitante”, ma quello di procurarsi informazioni “di prima mano” sulle indagini svolte dalla Procura per catturare Matteo Messina Denaro e poi rivelarle a “soggetti inseriti nell’associazione mafiosa.”

Non si capisce però che cosa se ne faccia l’associazione mafiosa delle critiche che i due intercettati muovevano al Santangelo.

E soprattutto non si capisce per quale motivo un tenente colonnello della Dia di Caltanissetta, con delega alle inchieste sulle stragi del ’92 in cui Messina Denaro è imputato, ed un appuntato scelto dei carabinieri con un eccellente curriculum, considerato uno degli uomini di punta del locale Nucleo Operativo e Radiomobile per aver condotto diverse indagini che hanno portato poi all’arresto di personaggi di spicco, possano far parte di una rete di talpe per avvantaggiare il capomafia latitante.

Nelle intercettazioni di questa inchiesta che ha portato all’arresto dell’ex sindaco e dei due carabinieri, non c’è una sola frase che lascerebbe lontanamente supporre che Zappalà possa aver dato le informazioni a Vaccarino per impedire la cattura del boss.

L’impressione è invece che il colonnello della Dia stesse cercando proprio di catturarlo, avvalendosi della collaborazione di Vaccarino che, fornendo quello stralcio di intercettazione al Santangelo, avrebbe potuto riaccreditarsi nell’ambiente mafioso, ottenendo possibili indicazioni sulla latitanza.

Il punto però è un altro.

I due carabinieri, nel metodo, avrebbero violato la legge perché il colonnello, pur avendo la delega per le indagini sulle stragi, non l’avrebbe invece avuta – secondo la procura di Palermo – per la ricerca e la cattura di Messina Denaro. E nello stesso tempo, Barcellona avrebbe trasmesso il testo di quelle intercettazioni ad uno Zappalà caposettore della Direzione Investigativa Antimafia di Caltanissetta, che però non era un suo diretto superiore.

Certo, non è un mistero che la ricerca di Matteo Messina Denaro sia un ambito adombrato da possibili coperture istituzionali. E, per questo motivo, non ci sentiamo di escludere che la prudenza di Zappalà possa essere sfociata in azioni illecite come il suggerimento all’ex sottoposto Barcellona di inviare quei contenuti senza lasciare traccia.

Nell’interrogatorio di garanzia, Giuseppe Barcellona ha raccontato di aver detto a Zappalà:

“Lei non è sbirro come me? Io sono sbirro, a me non interessa fare la prima donna, a me interessa che questo qua si acchiappa”.

Ma Barcellona è ai domiciliari (dopo un periodo di isolamento passato in carcere). E, tra i principali motivi di questa misura, il Riesame fa riferimento alla sua “capacità di inquinamento delle fonti di prova” data dalla sua rete relazionale nell’ambito di attività di lavoro investigativo “da cui non risulta, ad oggi, essere stato sospeso”.

Ad oggi, invece, la sua sospensione risulta eccome. Ed è a decorrere dal 16 aprile. Un atto dovuto, firmato dal vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Ilio Ciceri, già dal 30 aprile scorso.

Nell’ordinanza del Riesame, firmata il 9 maggio scorso e depositata in cancelleria l’11 giugno, la sospensione “non risulta”, rappresentando uno dei principali motivi dei domiciliari dell’appuntato.

Nei confronti di Vaccarino, come si diceva, il Riesame ha invece annullato l’ordinanza di custodia cautelare. Dal dispositivo, si legge che “difetta la gravità indiziaria circa l’ipotizzata condotta di rivelazione di segreto”.

Rispetto a quella conversazione consegnata al Santangelo, il Riesame scrive che “appare verosimile che l’indagato abbia agito non con lo scopo di favorire il Santangelo, con il quale era stato coimputato nel procedimento per il quale il Vaccarino ha riportato condanna e che quindi conosce da tempo, quanto piuttosto con lo scopo di ingraziarselo – portandolo a conoscenza delle critiche esistenti sul suo conto in un certo contesto soggettivo che lo stesso Santangelo poteva delineare dalla lettura della conversazione, identificando pure gli interlocutori – per poi poter attingere da lui, quale contropartita, notizie utili sul contesto mafioso di Castelvetrano da girare proprio allo Zappalà, ovvero a colui che gli aveva offerto il documento”.

Una cosa è certa: Vaccarino e Zappalà erano in contatto da tempo, ed il comune intento non era quello di favorire la latitanza di Matteo Messina Denaro.

Sullo sfondo però c’è dell’altro. E riguarda le stragi del 1992.

Secondo il Riesame, Vaccarino avrebbe cercato di “avviare il percorso per il proprio riscatto dalla condanna”, costituendo anche la premessa “per essere ascoltato quale testimone al processo di Caltanissetta”. Quello sulle stragi dove, appunto, Messina Denaro è imputato.

Egidio Morici per TP24.it

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