Ecco chi era Rosario Allegra, il cognato del super boss di Castelvetrano Messina Denaro

15 giugno 2019 di Egidio Morici

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E’ morto ieri, Rosario Allegra (ne abbiamo scritto qui), cognato di Matteo Messina Denaro per averne sposato la sorella Giovanna.
 
L’anno scorso, prima che venisse arrestato nell’operazione Anno Zero, aveva risposto a Le Iene che a lui non risultava che il cognato fosse un mafioso, così come il suocero “Don Ciccio” Messina Denaro, che aveva invece definito “persone serie ed oneste”.
 
Era davvero in contatto con il latitante? Secondo gli inquirenti, sì.
 
E le modalità di comunicazione sarebbero state quelle classiche: i pizzini.
 
Ma oggi, diventa ancora più complicato dimostrarlo. E soprattutto, qualora ce ne fosse stato lo spiraglio, svanisce la possibilità di una sua eventuale collaborazione con la giustizia.
 
Il suo ruolo, secondo gli investigatori, non sarebbe stato di secondo piano. A lui e all’altro cognato Caspare Como, il capomafia avrebbe affidato la direzione del mandamento di Castelvetrano. Entrambi i cognati, infatti, furono arrestati nell’aprile 2018.
 
Ed era la seconda volta che finivano dentro insieme, dopo 20 anni, sempre in aprile, ma del 1998.
 
L’operazione si chiamava “Terra Bruciata”, con riferimento all’attività di estrazione di inerti da un lato e, ottimisticamente, alla possibilità di acciuffare il boss, allora latitante da “soli” cinque anni.
 
Prima del ’98 però, Allegra era stato già arrestato nel luglio del 1992, per una vicenda di cooperative giovanili che esistevano solo sulla carta per ottenere i finanziamenti regionali.
 
Allora era presidente regionale del Cna ed ex assessore all’agricoltura e all’artigianato al Comune di Castelvetrano.
 
E di politica si occupò in varie occasioni, anche attraverso audaci campagne elettorali che non sempre raggiungevano i risultati sperati, finendo per attirare il malcontento di coloro che investivano sulla sua capacità di raccolta dei consensi.
 
E’ quello che emerge da un’altra operazione: Eden 2.
 
Stando alle relative intercettazioni, c’era Rosario Cacioppo, poi arrestato per mafia e condannato a 10 anni e 10 mesi, che ce l’aveva con lui per una brutta figura su una compravendita di voti che il fratello dell’allora candidata campobellese Doriana Licata avrebbe condotto in alcune città della provincia per le elezioni regionali del 2012: “… Quelli di Campobello vennero al ristorante, c’era mia madre e tutti – racconta Cacioppo – ci siamo chiusi lì dentro, quello di Campobello dice ‘A Castelvetrano non servirò più a nessuno e quando poi, gli arriverà all’orecchio a chi di dovere (Matteo Messina Denaro, ndr) gli dico quel vastaso di suo cognato, ha fottuto i soldi… a noi altri, quando noi altri, dice, abbiamo fatto tutti la galera, senza parlare per lui, e noi altri siamo stati tutti a disposizione’”.
 
Dopodiché Saro Allegra, sempre secondo il racconto intercettato del Cacioppo, sarebbe stato redarguito: “… siamo andati ad incontrare a Saro Allegra, minchia lo abbiamo cazziato in mala maniera… ma quelli di Campobello avevano intenzioni brutte, avevano…”.
 
Insomma, nonostante le cattive intenzioni di “quelli di Campobello” e nonostante il rapporto così subordinato nei confronti di Cacioppo, qualche anno dopo Messina Denaro lo avrebbe messo a capo del mandamento mafioso di Castelvetrano.
 
Ma Allegra era anche nel campo dell’abbigliamento, essendo stato tra, in passato tra i soci fondatori della Futura Calze Srl. Mentre, più recentemente aveva un’attività commerciale vicino il centro della città.
 
Un outlet dal nome curioso: “L’isola che non c’è”, del quale era formalmente socio di minoranza. Ed è lì che nel 2014 ci fu un singolare furto di abiti, borse ed accessori per circa 30 mila euro.
 
Ignoti sarebbero penetrati nel locale di Allegra da una vecchia abitazione attigua disabitata, per poi allontanarsi in tutta tranquillità dopo aver caricato la merce su un mezzo.
 
E’ ancora oggi un mistero su come possa essere stato possibile rubare con questa facilità ad un affiliato “nominato” dallo stesso Matteo Messina Denaro.
 
Senza contare che dalla famiglia mafiosa non emerse alcun tentativo di recupero della refurtiva, nonostante la “sensibilità” invece dimostrata nel caso del furto di contanti e gioielli ai danni di Giuseppe “Rocky” Fontana, o meglio dei suoi genitori.
 
I quel caso, secondo gli inquirenti, fu autorizzato un pestaggio brutale contro chi aveva osato rubare a casa di uno che “si è fatto vent’anni di galera”, aveva detto un nipote acquisito del boss (Luca Bellomo).
 
La morte di Allegra, sicuramente prematura ed inaspettata, non aiuterà certo a chiarire i numerosi punti oscuri della complicata latitanza di Matteo Messina Denaro, capocosca di un mandamento ormai da tempo azzerato dagli arresti.
 

Egidio Morici per TP24.it

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